IX.
Quel giorno anche il cielo mostrava il suo aspetto più cupo. Era di un grigio mai visto. Non sembrava agosto. Non c’era nulla della bella stagione. L’indagine era giunta al suo atto finale. Il commissario aveva stretto il campo.
Il suo uomo era Remo Sciarri. Da giorni lo pedinavano. Non c’era nulla di sospetto nei suoi movimenti. Usciva. Spesa quotidiana. Tornava a casa. La stessa casa che la mattina precedente era stata attentamente osservata da Salaris e di cui, appena tornato in commissariato, aveva chiesto la planimetria. Lo studio della pianta aveva confermato l’impressione iniziale: qualcosa non quadrava, nonostante la freddezza di Sciarri nel rispondere alle domande e l’ordine, quasi maniacale, delle tre stanze. La planimetria aveva mostrato la presenza di uno spazio fantasma, proprio dietro l’armadio della camera da letto.
Se non hai letto il primo capitolo:
- Stanze gotiche. Un’indagine del commissario Salaris, I.
- Stanze gotiche. Un’indagine del commissario Salaris, II.
- Stanze gotiche. Un’indagine del commissario Salaris, III.
- Stanze gotiche. Un’indagine del commissario Salaris, IV.
- Stanze gotiche. Un’indagine del commissario Salaris. V.
- Stanze gotiche. Un’indagine del commissario Salaris, VI.
- Stanze gotiche. Un’indagine del commissario Salaris, VII.
- Stanze gotiche. Un’indagine del commissario Salaris, VIII.

Salaris e Grieco aspettavano il momento giusto per intervenire. Il resto della squadra era pronto ad eseguire gli ordini. Erano le 12:40. Salaris osservava. Dopo qualche minuto urlò:
«Ora. Andiamo!».
All’unisono, come un solo corpo, la squadra fece irruzione nella casa. Due agenti bloccarono immediatamente Sciarri che stava tranquillamente pranzando. Il commissario si diresse svelto e deciso in camera da letto. Con l’aiuto di Grieco spostò l’armadio e aprì la porta.
La stanza era piccola e buia. Non si respirava. Era stata accuratamente insonorizzata con dei pannelli neri. Un lavoro di mesi. Sul lato destro c’era un piccolo letto sgualcito, di fronte era stata posizionata su un cavalletto una videocamera digitale. Sulla parete, alla sinistra del letto, era stata appesa una bacheca con decine di foto che raccontavano il male che quella stanza come le altre avevano ospitato. Era qualcosa di già visto. Le foto dei bambini confermavano quello che era stato scoperto: si trattava di un uomo che colpiva e si spostava, lasciando – come una specie di lumaca – una scia bavosa fatta di raccapriccianti, agghiaccianti azioni. L’aria si faceva sempre più pesante. Al commissario mancava il respiro. Era sempre nello stesso punto, ma aveva l’impressione di sprofondare, di scendere, girone dopo girone, nell’inferno di una violenza inaudita. Guardava con i propri occhi, increduli, l’irrazionale che dirompeva nel mondo che, come una cattedrale gotica, si ergeva e tracciava le linee non di poetica trascendenza, ma di raccapricciante orrore. Una lacerante opera della bestialità umana.
Salaris vide un’ombra muoversi sotto il letto. Erano i due bambini che tentavano di nascondersi.
«Alice, Riccardo, venite…siete salvi…» – disse nel modo più rassicurante possibile il commissario.
I due bambini non si muovevano. Allora, Salaris si abbassò, allungò la mano e toccò quella di Alice che guardò negli occhi il commissario. Si accorse che il suo sguardo corrispondeva a quella voce rassicurante sentita qualche secondo prima. Si mosse cautamente. Strinse la mano di Salaris e uscì, con il volto provato, rigato dalle lacrime. Dopo qualche secondo uscì anche Riccardo, comprensibilmente impaurito. Salaris, senza dire una parola, li strinse a sé, poi li portò fuori da quell’inferno.
Nel frattempo, Sciarri era stato ammanettato. Il commissario gli si avvicinò e lo guardò dritto negli occhi. Non disse nulla. Represse la sua rabbia. Pensò che la giustizia umana, anche se imperfetta, fosse comunque la strada migliore. In fondo, una reazione sarebbe stato un modo diverso di esprimere la stessa bestialità.
«Portatelo via!» – disse il commissario, serrando i pugni.
Poi volse la sua attenzione ai bambini. Li portò fuori e li lasciò alle cure dei medici giunti sul posto. Diede ordini di chiamare le rispettive famiglie e si avvicinò alla macchina, osservando quella casa.
«Commissario – disse Grieco, interrompendo il flusso di pensieri di Salaris – le indagini sull’incidente di tuo figlio…abbiamo trovato la macchina…».
«…cosa?».
«La macchina che ha investito Sara e Tommaso…» –
Grieco temporeggiava. Non sapeva quali parole usare.
«Non girarci intorno Antonio. Dimmi!» – ordinò il commissario.
«…la macchina è una Golf nera, presa a noleggio, è stata ritrovata non lontano da qui…»
Le pause erano come acido sulla pelle per il commissario che già intuiva ciò che si nascondeva. Grieco titubava, aveva timore di dare a Salaris l’ennesima brutta notizia. Si fece coraggio e disse:
«…è stata noleggiata da Sciarri».
Il commissario serrò i denti. Contrasse il volto. Si voltò. Non proferì parola.
[continua]
Giovanni Covino



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