Il racconto – come i precedenti (per la pagina dedicata ai racconti clicca qui) – è frutto di fantasia. Protagonisti saranno i filosofi dell’antica Grecia. Nelle pagine che seguono ho cercato di narrare la storia della filosofia in modo diverso, intrecciando giallo, horror e comicità.
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IV. Empusa
Il sudore scendeva copioso dalla fronte del bambino che, con gli occhi sgranati e iniettati di sangue, assisteva ad uno spettacolo raccapricciante: uno strano essere, schiumando dalla bocca, si avventava sul corpo di un povero uomo e iniziava a sventrarlo. Poi si voltò, lo guardò e con un salto lo raggiunse. Aprì le sue fauci e…
«Nooooo…» – urlò il bambino.
Sentendo l’urlo, il padre si precipitò nella stanza del piccolo che, seduto sul letto, era il ritratto del terrore.
«Cosa è successo, figliolo?».
«Un incubo, papà».
«Cosa hai sognato?».
«Un mostro mi aveva legato sulla sedia e non potevo muovermi. Mangiava le persone».
Il padre si avvicinò e lo abbracciò.
«Ti ho detto che devi smetterla di leggere quei racconti horror».
«Hai ragione. Però mi piacciono…».
«Beh…visto che ormai è mattina, vestiti e andiamo fuori. Oggi è una splendida giornata. Ti racconterò una vera storia horror: la storia di Parmenide di Elea».
Il bambino, appena sentì l’offerta del padre, saltò giù dal letto. Dimentico dell’incubo che lo aveva svegliato, si vestì in fretta e furia e seguì il papà.
Lo scenario che si presentava ai loro occhi era davvero incantevole: la tempesta dei giorni precedenti aveva reso l’aria tersa e le nubi che prima riempivano il cielo avevano lasciato spazio ad un azzurro che andava a perdersi, all’orizzonte, con quello del mare.
Padre e figlio costeggiarono la casa e percorrendo un piccolo vialetto giunsero in un piccolo spazio ottagonale dove si trovavano alcune panche e un tavolo.
«Qui trascorrevo molte ore quando avevo la tua età e mi divertivo a disegnare e a scrivere racconti. Proprio come te» – disse guardando con dolcezza il figlio.
«Sì, me l’hai detto papà, ma ora parlami di quel tizio…Elia…come si chiama…».
«Parmenide di Elea» – rispose ridendo.
Il bambino, impaziente, attendeva l’inizio della storia, mentre il papà, raccogliendo i suoi pensieri, guardò il vasto orizzonte che si apriva dinanzi ai loro occhi.
«Inizia con un sogno» – disse l’uomo.
Il bambino attendeva con ansia il prosieguo. I due si accomodarono su una delle panche. La mattina, con la sua calma e la sua serenità, li accompagnava.
***
«Dinanzi a te – disse la donna – ci sono due strade, caro Parmenide: la prima ti conduce alla verità tutta intera, la seconda, al contrario, è la strada della parvenza, dell’opinione».
«Cosa vuol dire?» – chiese il giovane filosofo.
«Vuol dire che non vedrai il vero volto dell’essere».
«Qual è il vero volto dell’essere?».
La donna sorrise, poi disse: «Questo dovrai scoprirlo tu».
Non appena terminò la frase, Parmenide si svegliò. Era la terza notte di fila che sognava quella donna. Non faceva altro che ripetere le stesse parole. E lui, come le altre notti, non capiva.
Quel giorno si alzò immediatamente, si vestì in fretta e uscì per una passeggiata. Percorse le strade della piccola cittadina, già brulicante di ogni sorta di venditori che, con le loro urla, cercavano di convincere i numerosi passanti della veridicità delle loro promesse.
Con il suo passo svelto, Parmenide lasciò quel caotico mondo e percorrendo una viuzza raggiunse uno spazio quieto e tranquillo. Era lì che trascorreva le sue giornate in profonde meditazioni e quel giorno non rappresentò l’eccezione.
Cercava di comprendere quel misterioso messaggio onirico: cosa voleva dire la donna? Qual è il vero volto dell’essere? E se la realtà che guardo non è la vera realtà allora cosa distingue il mio sogno da questo mondo? – si chiedeva con la curiosità di un bambino.
Il pensiero di Parmenide svettava, alto come le aquile, e compiva acrobazie nel cielo del puro pensiero. D’improvviso, brusco, un suono metallico da un cespuglio lì vicino lo risvegliò e lo attrasse. Parmenide si avvicinò, allungò la mano, poi il buio.
Quando aprì gli occhi, Parmenide si trovò di fronte una giovane donna di una bellezza rara: le armonie delle forme e la dolcezza dello sguardo lo intimidivano. Mostrava le sue premure, tamponando la ferita che aveva sulla fronte e carezzando la sua mano quasi come una madre.
«Sei stato colpito, caro amico…».
«Da chi?».
«Questo devi scoprirlo tu».
Appena sentì quelle parole, Parmenide guardò negli occhi la donna e disse:
«Ma tu sei…».
«Sì, sono proprio io, caro amico».
«Com’è possibile? Come può essere? Non sei un sogno?».
«Parmenide, che cos’è un sogno?».
Il giovane filosofo guardava perplesso la donna che, nel frattempo si muoveva, quasi danzava, canticchiando due versi:
Otto saggi uomin vanno in giro a giocar:
uno disse: “Tutto è”, solo sette ne restar.
All’improvviso si fermò. Parmenide continuava a fissarla, poi notò qualcosa di mostruoso nel suo sguardo.
«Voi filosofi – disse la donna sorridendo – siete davvero strani e divertenti: cercate la verità e quando la trovate vi spaventa. Vedo il terrore nei tuoi occhi, caro amico».
La donna gli si avvicinò e sussurrò: «Vuoi vedere i tuoi amici filosofi?».
Appena pose questa domanda, il paesaggio cambiò. L’aria si fece irrespirabile, il cielo da azzurro divenne scuro quasi pesante piombo opprimente, scariche elettriche illuminavano quel luogo infernale. Parmenide, volse lo sguardo alla sua destra e vide i corpi di diversi filosofi terribilmente mutilati.
La donna, nel frattempo, aveva cambiato il suo aspetto. Le forme sinuose avevano lasciato il posto a deformi fattezze feline, le gambe slanciate erano diventate zampe d’asino e il volto era di un terribile demoniaco.
La raccapricciante visione era resa ancor più orribile da ciò che quella “cosa” stava facendo: si stava nutrendo di quegli uomini. Succhiava il loro sangue direttamente dal ventre e quasi sembrava mostrare una gioiosa manifestazione d’affetto nei suoi macabri gesti, si voltò e disse: «Ecco la tua verità, caro amico».
La donna aveva palesato il suo aspetto.

Delle enormi fauci si aprivano e si chiudevano dinanzi a Parmenide, masticando ciò che orribilmente aveva precedentemente massacrato.
«Ecco dove portano le due vie Parmenide, hai voluto imboccare il sentiero della verità, non comprendendo la capricciosa casualità di questo mondo».
Il filosofo non credeva ai suoi occhi: Talete, Anassimandro, Anassimene, Eraclito, persino il dotto Pitagora ed altri che non conoscevano giacevano lì ai piedi di quel mostro.
«Tutti i tuoi amici, tutti gli amanti della sapienza finiscono qui, affascinati dalle mie seducenti parole…».
«No, non è possibile» – gridò Parmenide.
«Cosa?».
«La verità non può avere questo volto, non può avere il tuo volto: l’armonia del cosmo, delle stagioni, del tempo non può ridursi a questo. Tu menti».
«Mento? Che cosa vuol dire mentire?» – disse la cosa, scoppiando in una fragorosa risata. Poi continuò: «La ricerca della verità è cosa difficile, caro amico – quel caro ora non suonava come una dolce musica alle orecchie del giovane filosofo – e molti cadono preda delle mie seducenti parole. Affascinati dalla mia parvenza, si lasciano trascinare in questo mondo: io mi nutro della freschezza delle vostre idee che, ancora acerbe, vi illudono, vi ammaliano facendovi credere di aver raggiunto la verità tutta intera…».
Parmenide cercava di divincolarsi, ma era come legato da lacci invisibili. Quella “cosa” si mise sulle due zampe d’asino e fissò il giovane. La sua deformità si avvicinava sempre di più. Parmenide era ormai preda della disperazione. Il mostro aprì le grosse fauci. Stava per scagliare il fendente mortale. Alzò una delle zampe anteriori e “thwack!”, un suono sordo, secco, violento…
«Nooooo» – gridò Parmenide svegliandosi da quell’incubo, tutto sudato. «Deve esserci una terza via…» – bisbigliò.
Il sole non era ancora sorto sulla piccola cittadina. La luna era ancora lì in cielo ad illuminare l’inquieta notte di Parmenide che, dopo quel sogno, comprese quanto difficile fosse per gli uomini scoprire la verità.
Giovanni Covino

Note al testo: le immagini sono state generate tramite IA (Microsoft Bing – ImageCreator).
Il racconto è stato ispirato da un passo della Metafisica di Aristotele: «la ricerca della verità sotto un certo aspetto è difficile, mentre sotto un altro è facile. Una prova di ciò sta nel fatto che è impossibile ad un uomo cogliere in modo adeguato la verità, e che è altrettanto impossibile non coglierla del tutto». Ho voluto – tramite un racconto – mostrare quanto facile sia per l’uomo cadere in errore ed essere così ingannato dalle apparenze o, persino, essere sedotto dalle ideologie del momento.
Il mostro, con le sembianze di una donna, è Empousa, un demone della mitologia greca. Numerose sono le fonti. Ne parla, per esempio, Aristofane ne Le Rane: «Ahimè! L’ho vista, l’ho vista! … Una Empusa enorme! … Cambiava forma in continuazione: ora era un toro, poi una donna bellissima, poi un cane, e infine un asino!».
Leggi il capitolo quinto: La scissione dell’io. L’enigma di Pitagora, parte 1.



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