Il racconto di Giobbe: il senso del dolore e la giustizia

Ricevo e pubblico volentieri questo contributo sul Libro di Giobbe: un invito, più che mai attuale, a riscoprire la necessità di interrogarci sul senso del dolore. In questa prospettiva, il testo biblico si rivela uno strumento di straordinaria ricchezza e profondità.

L’Autore, Giuseppe Lubrino (1990), è un docente di religione e studioso del pensiero di Joseph Ratzinger. Ha conseguito la Laurea Magistrale in Scienze Religiose e attualmente insegna a Torre Annunziata. Collabora con diverse riviste culturali e teologiche e ha già pubblicato tre libri: Introduzione al pensiero di Joseph Ratzinger: una paideia cristiana (2023), In cammino per la Quaresima con Benedetto XVI (2025) e Giovani, Fede e Identità: Un Percorso di Crescita con Benedetto XVI (2025).

Buona lettura [Giovanni Covino].


Il Libro di Giobbe è generalmente datato tra il VI e il V secolo a.C., nel contesto del periodo post-esilico (1). Esso si configura come un poema in prosa di elevata complessità stilistica e concettuale, incentrato sulla riflessione teologica e antropologica riguardante la sofferenza del giusto. L’ambientazione extraterritoriale, collocata nella città di Uz, al di fuori dei confini di Israele, suggerisce sin dalle prime battute una vocazione universale del testo (2).

L’opera si articola in 42 capitoli e si sviluppa attraverso una serie di dialoghi strutturati secondo il linguaggio forense dell’antichità (3). In tale cornice, Dio assume il ruolo di Giudice, Satana quello di accusatore, Giobbe è l’imputato, mentre i suoi amici fungono da testimoni. La complessità ermeneutica del testo è ampiamente riconosciuta: San Girolamo, in un celebre paragone, afferma che comprendere appieno il Libro di Giobbe equivale a tentare di afferrare un’anguilla, che quanto più si stringe, tanto più sfugge (4).

Inoltre, il Libro di Giobbe rappresenta il dramma esistenziale di un uomo che, da una condizione di prosperità e realizzazione, viene improvvisamente precipitato nella sofferenza, nel dolore e nella perdita. L’opera ha esercitato una profonda influenza sulla tradizione letteraria e filosofica sin dall’antichità. Emblematico, in tal senso, è il giudizio di Gustave Flaubert, il quale lo definisce: «Uno dei più bei libri che si siano scritti da quando se ne scrivono» (5).

Il Libro di Giobbe affronta una delle questioni filosofiche e teologiche più profonde: quella della teodicea, ovvero il dilemma del perché il giusto soffra. Pur non offrendo una risposta esaustiva e definitiva, il testo biblico invita l’uomo a una riflessione radicale, aprendo mente e cuore alla complessità dell’esperienza umana e favorendo lo sviluppo della capacità critica (6).

I dialoghi tra Giobbe e i suoi amici ruotano attorno alla dottrina della retribuzione terrena, secondo cui il male colpisce chi ha peccato. Tuttavia, il libro ne propone una critica serrata e un superamento: la sofferenza non è necessariamente conseguenza del peccato, ma si configura come parte integrante della condizione esistenziale dell’essere umano (7). In questo senso, Giobbe diventa paradigma dell’innocente che soffre, mettendo in crisi ogni visione semplicistica della giustizia divina.

Poiché esiste un abisso tra la Sapienza di Dio e la comprensione umana — limitata nonostante la ragione — l’uomo è chiamato a cogliere nella sofferenza un valore catartico e pedagogico. Essa può diventare luogo di manifestazione divina, strumento di purificazione, elevazione e crescita in umanità e sapienza (8). In tal modo, il dolore non è solo da sopportare, ma da interpretare come possibilità di trasformazione spirituale.

Leggere il Libro di Giobbe oggi consente di cogliere implicazioni educative profonde, utili per affrontare le sfide del contesto socioculturale ed educativo contemporaneo. Molti giovani, ad esempio, quando si trovano a vivere esperienze di fallimento, dolore o sofferenza, tendono a rifugiarsi in veri e propri “paradisi artificiali”, evitando di interrogarsi sul senso di ciò che stanno attraversando. Questa fuga dal confronto interiore può condurre a forme di dipendenza — dall’alcol, dalle droghe, o da relazioni tossiche — che imprigionano l’individuo e ne ostacolano la crescita personale.

Nel panorama culturale attuale si osserva una diffusa ansia e impazienza nel riflettere sulle proprie esperienze, nel cercare di comprenderne il significato e trarne insegnamenti per la vita. Si preferisce evitare il pensiero critico e abbandonarsi allo “sballo”, piuttosto che sviluppare la capacità di introspezione e consapevolezza. In questo contesto, la risposta di Dio a Giobbe — che lo invita a contemplare l’opera della creazione e l’origine della vita — assume un valore pedagogico profondo.

Alla luce di questa prospettiva, ci si può chiedere quanto il mistero della creazione, la bellezza della natura e il fascino dell’origine della vita riescano oggi a suscitare interesse per la dimensione del trascendente. Benedetto XVI ha più volte sottolineato che l’esistenza di Dio è inscritta nel codice della creazione, e che la natura, nella sua bellezza, costituisce una pagina viva della rivelazione divina (9).

In questo senso, scienza e fede, ragione e spiritualità, non si pongono in contrapposizione, ma si completano reciprocamente. L’uomo contemporaneo è chiamato a riscoprire il valore di questa dialettica per affrontare con maturità e consapevolezza le sfide poste dalla postmodernità (10; 11).

Giuseppe Lubrino


Note bibliografiche

(1) Robert Alter, The Wisdom Books: Job, Proverbs, and Ecclesiastes: A Translation with Commentary (New York: W. W. Norton & Company, 2010), 3–5.

(2) Norman H. Snaith, The Book of Job: Its Origin and Purpose (London: SCM Press, 1968), 12–14.

(3) Samuel Terrien, The Book of Job (Grand Rapids: Eerdmans, 1996), 45–47.

(4) San Girolamo, Commentari in Job, in Patrologia Latina, vol. 23, ed. J.-P. Migne (Paris: Garnier, 1845).

(5) Gustave Flaubert, lettera a George Sand, 1869, in Correspondance, ed. Jean Bruneau (Paris: Gallimard, 1980), vol. 4.

(6) Bianchi, E. (2013). Giobbe e l’enigma della sofferenza. Milano: San Paolo.

(7) Cacciari, M. (2002). Della cosa ultima. Milano: Adelphi.

(8) von Rad, G. (1972). Teologia dell’Antico Testamento. Brescia: Paideia.

(9) Benedetto XVI. (2006). Omelia nella Veglia Pasquale. Vaticano.

(10) Ratzinger, J. (2005). Introduzione al cristianesimo. Queriniana.

(11) Guardini, R. (1956). La fine dell’epoca moderna. Morcelliana.

Risposte

  1. […] Il racconto di Giobbe: il senso del dolore e la giustizia […]

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    1. Avatar Giovanni Covino

      Molte grazie per la condivisione. Se interessati alla figura di Giobbe, nella sezione Fides&Ratio, può trovare una serie di articoli che seguono il commento a Giobbe di San Tommaso d’Aquino. Cordialmente, Giovanni Covino

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Giovanni Covino, autore e curatore del blog.