Ricevo e pubblico con piacere questa serie di articoli di Dario Rinaldi sull’origine della riflessione metafisica. Rinaldi – autore tra l’altro di un imponente studio sulla struttura originiaria dell’essere (per maggiori informazioni clicca qui) – in questo serie di articoli si confronta con il “problema essenziale dell’uomo essenziale” – per dirla con Fabro.
Che cos’è la filosofia se non la ricerca instancabile del principio che unisce e spiega la molteplicità delle cose? L’henologia, la “metafisica dell’Uno”, è la via più antica e forse più dimenticata di questo interrogarsi: un paradigma che precede l’ontologia e che affonda le radici nei presocratici, in Platone e nel cuore stesso della speculazione classica. Parlare dell’Uno e dei Molti non è un esercizio erudito, ma toccare il fondamento da cui dipendono le nostre esperienze, le nostre scelte e persino le strutture della convivenza civile. Questo scritto vuole riportare in luce una tradizione che ha molto da dire al pensiero contemporaneo, spesso smarrito nel frammento e incapace di ricondurre la parte all’insieme.
[Giovanni Covino, autore e curatore di Briciole filosofiche].
L’Uno e i Molti: la questione originaria
Dagli studi di diversi storici della filosofia dello scorso secolo[1], è emerso come la tradizionale questione ontologica – l’indagine sul senso dell’essere – sia stata preceduta da una più ancestrale questione, che prese avvio con i presocratici e contrassegnò la speculazione socratica e platonica: l’indagine sull’uno e i molti. Tale questione si è detta perciò henologica (dal greco ἕν, “uno” – metafisica dell’uno). Sono stati in particolare gli studi di Giovanni Reale a portare alla luce questa impalcatura concettuale risalente addirittura a prima di Platone, ossia ai presocratici, coi quali ebbe inizio la riflessione. Famoso è l’adagio di Eraclito: «Dall’Uno i Molti e i Molti all’Uno», a cui fanno eco i frammenti di Senofane in cui si solleva la problematica del Dio-Uno, nonché lo stesso tema che ha contraddistinto la ricerca di Socrate: se le virtù siano molte o una sola. Ma fu Platone, che nel Filebo sentenziò il cuore del problema con un icastico adagio: «Che i Molti siano Uno e che l’Uno sia Molti è cosa mirabile a dirsi» (Fil. 14 C 7-10). In questa serie di articoli, si desidera introdurre il lettore dapprima alla questione con la quale ha tratto il suo inizio la filosofia, e poi al relativo “sistema” a cui conduce l’henologia.
Anzitutto occorre rilevare che noi carpiamo sia l’Uno che i Molti, in quanto sono i due componenti dell’originario.
Originario cos’è? L’esperienza. L’immediato. Ma l’immediato di che consta? Di parecchie cose, senza dubbio, tutto quel che percepiamo – cose che sono di fatto presenti, o lo saranno o, ancora, lo sono state, le attese, i ricordi, le passioni, le azioni. Questa è la meraviglia: apprendere questa vastità immensa eppure accomodata e tendente perciò all’Unità.
Di certo capita a tutti fermarsi a mirare un panorama. Proviamo a immaginare cosa ci piaccia di più di quello? Risponderemo senza esitazione che è l’armonia, il gioco che viene a porsi tra parti e Intero, i colori uniti alle figure e queste che si trovano dappresso, e dunque il legame dell’Unità e della Molteplicità nell’apparire di tale visione. Non a caso panorama è un termine non solo squisitamente greco nella sua etimologia, ma anche dall’elevata cifra speculativa: è composto infatti dall’aggettivo: πᾶν (tutto) e dal sostantivo: ὅραμα (sguardo): il vedere la Totalità.
L’ontologia ha insegnato ad interrogarsi sull’essenza (τί ἐστί) di un qualsiasi ente che si affaccia allo sguardo contemplatore, tuttavia prima ancora di questo la vera contemplazione pone la domanda circa il Tutto che appare e a qui rimanda immediatamente la parte. L’henologia invece suppone, in certo senso, la notizia dell’ente come il primo saputo, e di qui inquadra le differenze tra i vari enti che suppongono in quanto molteplicità necessariamente un’Unità quale Principio. È la celeberrima questione dell’arché.
A mio giudizio, “ontologia” e “henologia”, nonostante la storica precedenza della seconda sulla prima, sul piano teoretico sono all’inizio intrecciate, e anzi è l’ontologia a costituire lo strato basilare della riflessione, poiché prima che l’intelletto ascenda all’Unità, in origine esso si muove nella molteplicità, e quindi tra gli enti, e la stessa molteplicità viene carpita in un momento ulteriore alla presa in atto di qualcosa (aliquid) che è.
La tesi che quindi propongo per risolvere la questione circa l’antecedenza dell’una o dell’altra è che all’inizio dell’indagine filosofica le due s’identificano e in certo senso si coimplicano, avendo però sempre la preminenza l’ontologia, come insegnato da Aristotele, e nelle conclusioni invece si diversificano, avendo questa volta l’henologia la preminenza che era toccata a quella. Sulla scia di Tommaso, è dunque da riconoscere che: «illud quod primo intellectus concipit quasi notissimum est ens» [2], e dalla distinzione immediata tra questi, tale che l’uno si differenzi dall’altro, l’intelletto carpisce la notizia dell’unità e della Totalità a cui la parte analiticamente rimanda e che appare come sfondo costante nel percepire gli enti particolari come ciò a cui essi, per il solo fatto di costituire una moltitudine, si richiamano. Parlare infatti di “esperienza”, “originario”, così come di “stanza”, “luogo” e “universo”, significa di fatto aver dedotto l’Intero dalla parte, così da poterla conoscere ed esprimere. Inoltre, è un intero anche ciascun elemento dei molti, perché se non fosse uno, ciascuno di questi molti sarebbe un nulla, oppure sarebbe costituito, a sua volta, di membri infiniti all’infinito, il che è assurdo.
Da questa analisi che vede ancora indistinta l’ontologia dall’henologia, una conclusione è comunque chiara: l’unità è fondamento della molteplicità, dipendendone questa essenzialmente, e la comprensione della molteplicità deriva dall’unità in sé.
Tenendo presente il grafo delle Categorie – ripreso sommariamente nel libro Delta della Metafisica, dove Aristotele esamina in quanti modi possa istituirsi un legame d’opposizione (relativo, contrario, possesso, privazione, affermazione e negazione), l’uno viene a trovarsi tra i relativi, ossia i concetti tali che ciò che sono in sé si dice in relazione al loro opposto di modo che la relazione sia bilaterale, e dunque il suo contenuto semantico lo vede in relazione ai molti. L’Uno, o altrimenti Identico, trae il suo significato grazie al Molteplice, o Diverso. La differenza fondamentale – assente in Aristotele – è che però quella intercorrente tra Identico e Diverso è una relazione ‘atipica’, per la piana ragione che, come appurato, il secondo termine non può sussistere senza il primo, e non viceversa (cosa che, invece, di norma non accade con i termini che si dicono relativi); dunque il primo è un termine categorematico, perché può ben sussistere di per sé come condizione di possibilità del secondo, che di conseguenza non può porsi se non accomodandosi nell’unità venendo con ciò ad esistere, e quindi è un termine sincategorematico.
Ma il fatto che l’uno sia un termine categorematico e i molti sincategorematici non vuol dire affatto che l’intelletto abbia subito percezione di tale distinzione, men che meno che abbia il puro e cristallino concetto dell’unità, se non ricavandola dall’ente. Questo è difatti l’errore di Proclo e in generale della tradizione neoplatonica, che ipostatizza l’Uno facendo di questo il punto di partenza anziché il punto di arrivo. Aristotele nel libro Iota della succitata opera illustra magistralmente la falsità dell’estrema concezione di Platone che i suoi eredi avrebbero ripreso, ossia il ritenere che noi si abbia immediata presenza dell’unità, confondendo l’ordine logico con l’ordine ontologico. Tuttavia a nostro giudizio, può preservarsi l’insegnamento platonico riguardo all’uno e ai molti, con la preziosa aggiunta che essi sono originari in se – come di fatto nel corso di questi articoli desideriamo esporre – mentre a essere originario quoad nos, e dunque all’inizio dell’indagine filosofica, è l’ente sensibile, ossia del qualcosa che immediatamente appare. E da qui l’intelletto lo carpisce come parte rimandante al Tutto.
Per un verso, dunque, la relazione tra parte e Intero è immediata, e per altro verso è da mediare – ossia da dimostrare al fine di rendere ragione tanto della notizia degli enti nella loro varietà estensiva in cui è in un certo senso recata la notizia dell’Intero cui rimandano.
La filosofia consiste, nella sua autentica vocazione, così nella soluzione di quella che già Platone chiamò la questione μέγιστον δὲ τόδε (“più grande di tutte”), che è appunto la problematica suddetta, poiché da tale soluzione dipendono tutte le ulteriori problematiche che il vivere e il pensare umano trova. Questo è il punto su cui si vuole richiamare l’attenzione del lettore, conducendolo anche alla metafisica che da qui inizia a prendere corpo.
Evoluzione storica e oblio
Ci si permetta ora di far seguire a questa sommaria esposizione teoretica del paradigma henologico anche una breve ricognizione storica, al fine di chiarire anche le ragioni che hanno portato per parecchio tempo alla sua dimenticanza. Nella storia del pensiero, col passare dei secoli, il problema dell’henologia ha ceduto posto alla più conosciuta problematica ontologica, cioè la determinazione dell’essere, finendo così per cadere per molto tempo nell’oblio. Sono stati gli studi di autori del secolo scorso che hanno provveduto a riportare all’attenzione del pensiero contemporaneo rispettivamente il problema e il paradigma henologico, e questo perché, nonostante la storia della filosofia moderna e contemporanea abbia visto i pensatori occupati sulla problematica ontologica, è altrettanto vero che di fianco a questa la classicità ha tramandato altrettanto la problematica henologica.
Se il problema e la soluzione sono due movimenti che fanno circolo tra loro, non vi è stata soltanto una problematica ontologica e l’insieme delle sue soluzioni, ma vi sono state altrettanto una problematica henologica e la sua soluzione. Nel pensiero classico, gli esponenti del paradigma ontologico furono, com’è noto, Parmenide, e con lui Aristotele; mentre gli esponenti del paradigma henologico furono Platone, Plotino, Porfirio e Proclo. Nel pensiero medievale, gli eredi dei primi pensatori furono Anselmo d’Aosta, Tommaso d’Aquino, Bonaventura da Bagnoregio e Duns Scoto, mentre gli eredi dei secondi furono Agostino e Giovanni Scoto Eriugena. Non vengono qui menzionati i padri della filosofia moderna poiché, com’è altrettanto noto, l’interesse di questi ultimi dapprima si collegò alla problematica ontologica, ed è il caso di Descartes, per poi approdare alla problematica della conoscenza in luogo anche della stessa ontologia, al punto che si parla spesso della filosofia moderna come filosofia del conoscere piuttosto che dell’essere.
Attualità e prospettive di ricerca
In epoca contemporanea si è assistito ad un rinnovato interesse per l’ontologia, mentre per l’henologia sembra che la sua potente portata speculativa sia ancora ignota a molti. Eppure, quella henologica solleva dei problemi tutt’altro che secondari, dal momento che dalla questione inerente al legame di Uno e Molti derivano tutte le preoccupazioni scientifiche, storiche, sociologiche e quotidiane; tutte trovanti la loro radice nella spinosa questione del legame tra Intero e parti: si pensi soltanto alla problematica del pubblico e del privato, dell’individuo e dello stato, del continuo e del discreto, della monarchia e della democrazia. Ogni ramo dello scibile è immerso in questa problematica, e lo scibile si arricchisce di nuovi rami perché i problemi irrisolti si moltiplicano indefinitamente; ciò non stupisce, dal momento che il pensiero contemporaneo ha perduto ogni visione d’insieme, ripiegandosi in una conoscenza esclusivamente analitica, sminuzzando ogni fenomeno (è l’esito della tecnoscienza, ma altresì della filosofia nella sua stagione nichilistica), così che carpendo la “parte” non sa però più ricondurla all’Intero, ricomprendendola, e quindi conoscendola in concreto.
Il pensiero sintetico, sapere ricondurre al Fondamento, o – per chi è avvezzo in analisi matematica – la serie di valori variabili al limite, è proprio della filosofia come apertura dell’orizzonte dell’Intero a cui essa guarda costantemente e da qui si muove a risolvere tutti i problemi particolari, una volta avendo risolto quello Fondamentale, in quanto appunto riguarda il Fondamento stesso della realtà: l’Uni-molteplicità che si mostra nell’esperienza immediata. Lo sviluppo di questo riguarda il sistema henologico a cui si intende pervenire, ragione per cui si congeda il presente scritto dal carattere puramente introduttivo in previsione dei futuri dove tale progetto trarrà corpo.
Dario Rinaldi
segue
[1] Fu il tomista Eric Lionel Mascall a coniare la parola in questione nel volume He Who Is: A Study in Traditional Theism, che fu poi impiegata da Etienne Gilson per distinguerla dal paradigma ontologico dominante ne L’être et l’essence, Parigi, Vrin, 1948. Altri rilevanti contributi si trovano in: Pierre Hadot, Kurt Flasch, e Erich Heintel, Eine (das), Einhei, in Historisches Wörterbuch der Philosophie, a cura di Joachim Ritter, Basilea, Schwabe, 1972, pp. 361-384; Denken des Einen. Studien zur neuplatonischen Philosophie und ihrer Wirkungsgeschichte, Francoforte, 1985 (trad. it.: Pensare l’Uno. Studi sulla filosofia neoplatonica e sulla storia dei suoi influssi, Milano, Vita e Pensiero, 1992). Giovanni Reale, “Henologia” e “Ontologia”: i due paradigmi metafisici creati dai greci, in Storia della filosofia greca e romana, Milano, Bompiani 2004, IX volume, capitolo VI, pp. 47-69. Tutti sono concordi nell’osservare come il sostrato della problematica ontologica sia stata la questione riguardo all’Uno e ai Molti – la verace problematica della filosofia di ogni tempo.
[2] De Veritate, q. 1, a. 1



Lascia un commento