Corrispondenze. Le prime indagini del commissario Salaris, II

Una lacrima ha radici più profonde di un sorriso

Émil Cioran

II.

Il sole splendeva alto sulla città di Torino. Erano circa le 13. Alcuni rientravano a casa per il pranzo, altri si fermavano in qualche tavola calda per una breve pausa, fuggendo dal tran tran quotidiano. In commissariato, in quello stesso momento, si stava festeggiando il pensionamento di Arturo Lo Capo, integerrimo funzionario delle forze dell’ordine che per oltre 35 anni era stato a capo della centrale di polizia del capoluogo piemontese. Una vita dedicata alla giustizia e sempre nello stesso posto. Il sorriso di molti si alternava al pianto di altri. Un misto di gioia e malinconia riempiva la stanza del commissariato.

Dalle strade si sentiva tutto questo: le risate, i pianti e il tintinnio dei bicchieri.

Lo Capo aveva diretto quegli uomini come un padre e, nonostante il suo carattere duro, aspro, forte, era, proprio come un padre, amato e apprezzato. Aveva risolto ogni caso con fermezza e, allo stesso tempo, con la saggezza di chi conosce la miseria e la grandezza umane, nonché nel rispetto di ogni regola, anche la più piccola e apparentemente banale, e, soprattutto, con la consapevolezza della sacralità della vita delle persone che doveva difendere.

Un’altra settimana, poi Lo Capo avrebbe consegnato la sua vita professionale da commissario alla custodia della memoria che come fedele ancella avrebbe sorretto i suoi racconti da nonno. Un’altra settimana di lavoro. Aveva l’ultimo compito da svolgere: guidare il nuovo commissario, dare le solite dritte, aiutarlo ad ambientarsi. Il classico passaggio del testimone. Dai piani alti, le prime indiscrezioni parlavano di un giovane brillante, con grandi prospettive. Buonissime referenze. Esperienze pregresse positive. Ottima carriera universitaria.

Lo Capo sapeva, però, che guidare altri uomini, portare avanti un’indagine, confrontarsi con un crimine significava altro: non era semplice disbrigo burocratico o mera applicazione di una regola. Era qualcosa di più. Il commissario, o meglio quasi ex-commissario di Torino, sapeva che affrontare un caso significava calarsi spesso nell’orrore che un uomo era stato in grado di concepire. Era necessario sforzarsi di guardare sempre oltre ciò che si osservava.

«Forse era lì – pensava spesso Lo Capo – che entrava in gioco la cosiddetta intuizione. Che cosa voleva dire – si chiedeva – intuire se non cogliere ciò che l’occhio non riusciva a vedere in modo immediato? Cosa, se non saper incastrare i diversi pezzi di un puzzle con altri pezzi invisibili all’occhio? Come pensare il mondo delle emozioni, il cosiddetto movente di un delitto se non in questi termini?».

Lo Capo era così.

E tutti lo ammiravano per questo.

Giovanni Covino


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