Il medico, i bambini e le lusinghe del pasticciere. Il concetto di misura in Platone

Misurare nella sua prima e immediata accezione vuol dire determinare dimensioni, quantità, lunghezze. A questa prima definizione, se ne aggiunge un’altra che fa del misurare un’azione che potremmo dire metafisico-morale come quando nel comune parlare si dice “misurare le parole” per “la capacità di esprimersi in modo adeguato senza oltrepassare i limiti” oppure “è una persona misurata” per dire che trattasi “di persona equilibrata, che evita gli eccessi”.

In quest’ultimo senso, il termine misurare rientra nella categoria morale del limite e della moderazione: pensiamo all’aristotelica “giusta misura” (μεσότης, mesótēs, «medietà») o il celebre motto μηδὲν ἄγαν (mēdèn ágan, «nulla di troppo») dove il misurare diviene l’azione che determina l’essenza della virtù stessa, quale espressione del modo migliore di essere uomini.

Senza dubbio, nella storia del pensiero greco, il concetto di misura ha particolare rilevanza nella riflessione di Platone, anzi potremmo dire che la ricerca platonica è dominata, sia sul piano metafisico che sul piano morale (ergo politico), dal tentativo di comprendere il reale cogliendone appunto la giusta misura, ciò che determina la realtà per quello che è: l’idea – raggiunta con la “seconda navigazione” – è la misura che dà stabilità metafisica alla realtà e che permette, quale necessario effetto, di superare la visione protagorea dell’«uomo come misura di tutte le cose», visione viziata, secondo Platone, da un pericoloso relativismo.

Pericoloso, sì, secondo il filosofo perché, come emerge dai testi etico-politici, la mancanza di una “stabilità metafisica” (di una vera misura) non ha che un unico esito: il dominio dell’istinto di pleonexia (πλεονεξία), quel desiderio di volere sempre di più che cresce a dismisura senza la misura dell’amore, del bello, della sapienza. Platone lo spiega bene nel Filebo, trattando del piacere:

«In ogni luogo, dunque, proclamerai, Protarco, mandandolo a dire per mezzo di messaggeri e dicendolo tu ai presenti, che il piacere non è il primo bene da acquistare e neppure il secondo, ma che il primo, in qualche modo, riguarda la misura, il misurato e conveniente, e tutto quanto di simile bisogna pensare che abbia la natura dell’eterno»[1].

Nel passo citato, l’oggetto principale dell’indagine è, come dicevo, il piacere, ma è interessante notare come la misura, che permette di cogliere il vero bene dell’uomo determinando così una gerarchia ben precisa, trovi nell’eterno, cioè nella stabilità metafisica dell’idea di Bene, la fonte da cui l’anima attinge la forza e la sapienza necessarie al fine di ben ordinarsi e condurre così una vita buona.

Questa misura, determinante per l’equilibrio interiore dell’uomo, trova spazio anche in ambito politico dove l’«arte del misurare»[2] diviene il principale mezzo per il raggiungimento dell’ideale politico:

«Se a quel che è piccolo si dà troppo, passando la misura – ad esempio troppe vele alle navi, troppo cibo ai corpi, troppo potere alle anime –, l’insieme ne risulta sconvolto e i corpi per l’intemperanza corrono dritti verso la malattia e le anime verso l’ingiustizia, figlia naturale della violenza. Ma che cosa intendiamo dire di ciò? Forse queste osservazioni fanno al caso nostro. Cari amici, dovete sapere che non esiste anima d’uomo che nell’età giovanile, quando ancora è irresponsabile, riesca a portare il peso del più grande potere del mondo, senza che la sua parte razionale sia totalmente contagiata dalla più grave malattia, ossia dall’ignoranza. Allora incomincerebbe a provar l’odio anche degli amici più intimi, fino al punto di autodistruggersi e di dissolvere completamente la sua propria potenza. Premunirsi da questo male, conoscendo la giusta misura è impresa da grandi legislatori»[3].

Al netto dei mezzi, che nei diversi dialoghi sono anche mutati in una riflessione continua[4], ciò che resta costante nel discorso di Platone è proprio il concetto di misura come radice metafisica che nutre le azioni del singolo uomo (morale) e della comunità (politica), considerando il vivere senza misura come un fallimento innanzitutto sul piano esistenziale, poi anche sul piano sociale.

Oggi, come nell’epoca di Platone, avvertiamo la medesima esigenza: ritrovare una misura capace di sostenere la democrazia senza precipitare in un relativismo sempre più radicale, nel quale si moltiplicano le rivendicazioni di diritti ma si smarrisce il senso dei doveri. Il filosofo ateniese insegna, infatti, che l’agire umano non può fondarsi sul mero arbitrio individuale, bensì su una misura metafisica oggettiva. Per questo, ogni autentica pretesa di giustizia presuppone il dovere di ricercare la verità e di riconoscere i limiti entro cui la libertà può realizzarsi. Quando ciò non accade, si riproduce la situazione descritta nel Gorgia, dove il medico, che cura secondo verità, rischia di essere condannato da una giuria di bambini persuasa dalle lusinghe del pasticciere:

«Come potrebbe difendersi un medico accusato da un pasticciere di fronte a una giuria di bambini? […] Se di cesse la verità: “Ragazzi, tutto quello che ho fatto l’ho fatto per la vostra salute”, non credi che quei giudici alzerebbero grandi strilli?»[5].

Giovanni Covino


[1] Platone, Filebo 66a (corsivo mio). Sull’amore, sul bello e sulla sapienza cfr Simposio.

[2] Cfr Platone, Politico 283c-285c.

[3] Platone, Leggi 691c-d (corsivo mio).

[4] Sono note le critiche rivolte a Platone sui mezzi scelti per la città ideale quali la “comunanza delle donne”, “l’ostacolo famiglia”, “l’abolizione della proprietà privata” ecc., ma quello che interessa è mettere in rilievo l’aspetto metafisico della riflessione platonica che trova nel concetto di misura il suo cuore pulsante.

[5] Platone, Gorgia, 521e-522a.

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Giovanni Covino, autore e curatore del blog.