Caritas congaudet autem veritati…et veritatem facientes in caritate. A proposito dello scisma dei lefebvriani

La vicenda della Fraternità Sacerdotale San Pio X è tornata drammaticamente al centro dell’attenzione ecclesiale dopo le consacrazioni episcopali celebrate il 1° luglio 2026 a Écône senza il mandato del Romano Pontefice. A tali eventi è seguito il decreto del Dicastero per la Dottrina della Fede che ha qualificato l’atto come scismatico, richiamando con fermezza la disciplina canonica e le conseguenze derivanti da tale scelta (si veda L’opzione Lefebvre di G. Scardocci OP). Per l’attualità e la rilevanza ecclesiale della questione, la rubrica Fides et Ratio del blog propone il contributo che segue, con l’intento di offrire ai lettori un’analisi precisa oggi più che mai essenziale per affrontare con rigore una vicenda che interpella non solo i canonisti, ma tutti i fedeli interessati alla vita della Chiesa. L’articolo è pubblicato come contributo ospite e si propone di fornire strumenti di approfondimento e di riflessione, nel solco dello spirito che anima Fides et Ratio: ricercare la verità attraverso un dialogo serio tra fede e ragione, consapevoli che solo la precisione dei concetti permette un autentico discernimento [Giovanni Covino]


Tesi

  1. Si vuole pretendere di essere la Chiesa di sempre contraddicendo le regole strutturali della stessa Chiesa : il primato petrino. Questo è bias e contraddizione in termini. Perché il primato petrino non è solo dogma ma è regola stessa voluta dal Signore della costruzione della sua Chiesa “su cui le porte dell’inferno non prevarranno”.
  2. Sono, così facendo, né più né meno che un altro tipo di protestantesimo: il protestantesimo usava il libero esame della Bibbia e loro il libero esame della Tradizione. Il problema è la ricaduta nel libero esame anche se si attua nei confronti della tradizione come se ognuno o ogni gruppo diventasse magistero a sé stesso.
  3. Autoreferenzialità Pura
  4. Soggettivismo moderno in nome della Tradizione e altre fallacie strutturali.

Dimostrazione

Il nucleo del non-sense concettuale della FSSPX consiste nell’utilizzo, per quanto surrettizio, del soggettivismo moderno e del libero esame per difendere un “oggettivismo” tradizionale.

  • Protestantesimo classico: Svincola la Scrittura dal Magistero vivente, affidandola al libero esame del singolo credente o della comunità riformata.
  • Lefebvrismo: Svincola la Tradizione dal Magistero vivente. Di fatto, la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) si è autoproclamata custode e giudice della Tradizione, decidendo quali atti papali o conciliari (come quelli del Vaticano II) siano validi e quali no.

In entrambi i casi, l’autorità ultima non è più l’organo vivente stabilito da Cristo (Pietro e i vescovi in comunione con lui), ma un criterio del tutto internalistico e soggettivistico di interpretazione: la Bibbia per i primi, la Tradizione irrigidita in un “passatismo meduseo” per i secondi, che così facendo non si capisce come giustificherebbero poi la dottrina stessa dello sviluppo omogeneo del dogma.

La contraddizione sul Primato Petrino

Il Primato Petrino non è un dettaglio organizzativo modificabile, ma una regola strutturale e teologica istitutiva (Tu es Petrus). Pretendere di difendere la Chiesa cattolica “di sempre” disobbedendo l’autorità formale del Papa su questioni di fede, morale e disciplina (come le ordinazioni episcopali illecite del 1988 che portarono alla scomunica e quelle attuali) significa distruggere l’edificio. Essi dimenticano che il Sommo Pontefice ha giurisdizione immediata e diretta su tutta la Chiesa. E non ci si può opporre ad un solo Romano Pontefice senza per ciò stesso opporsi al Pontificato in quanto tale, cioè allo stesso primato petrino in sé. Dimenticano che oltre all’assenso di fede cattolica e divina si è tenuti all’ossequio religioso e per questo l’esempio di San Paolo che resistette in faccia a San Pietro non vale in loro difesa, perché a) San Paolo non si oppose in materia di fede e morale o a decisioni disciplinari prese da Pietro in quanto Vicario di Cristo; e 2) San Paolo mantenne l’ossequio religioso.

L’eterogenesi dei fini: l’Autoreferenzialità

L’esito di questa posizione è l’autoreferenzialità pura. Diventando “magistero a se stessi”, si cade proprio in quella mentalità relativistica e individualistica tipica della modernità che il tradizionalismo dichiara di voler combattere. Se l’ortodossia non è più garantita dalla comunione visibile con la Sede Apostolica, allora l’ortodossia diventa un’opinione accademica o ideologica di un gruppo guidato dal proprio “libero esame della Tradizione”.

Gli errori e i paradossi storico-liturgici e liturgico-sacramentali

  • Dal punto di vista del problema liturgico la loro posizione per cui gli abusi liturgici dipendano dal Concilio Vaticano II e dalla riforma conseguente è un non causa pro causa (falsa causa). Infatti 1) in nessun documento conciliare e magisteriale postconciliare si giustifica o si cede agli abusi dei progressisti; 2) Sant’Alfonso scrisse un’opera Dell’ufficio e della Messa strapazzati nel XVIII secolo, quando non c’era il Novus Ordo Missae di San Paolo VI ma il Vetus Ordo, il che significa che di abusi liturgici esistevano anche prima con il VO.  Un testo durissimo in cui denunciava i sacerdoti che celebravano in modo frettoloso, irriverente e meccanico. La tendenza all’abuso esisteva, ed era diffuso, ben due secoli prima del Vaticano II, ma evidentemente essa non dipendeva da Trento così come quella di oggigiorno non dipende dal Concilio Vaticano II in sé.
  • Per coerenza logica dovrebbero desumere che anche il VO e la Riforma post-tridentina sia stata per sé causa di abusi liturgici. Ma allora vanno in corto circuito logico. Inoltre San Pio X, il papa a cui si richiamano, scrisse il motu proprio Tra le sollecitudini appunto per favorire la retta ars celebrandi in unione con la partecipatio actuosa dei fedeli per fronteggiare anche il problema dell’introduzione di una musica operistica all’interno del canto liturgico finendo in un esibizionismo canoro non consono con il carattere sacro della Messa. E anche qui c’era il Vetus Ordo (VO).

Pertanto gli abusi dei progressisti sono dello stesso tipo di quelli dei tradizionalisti: esibizionismi e manierismi cultuali che nel primo caso trasformano la Messa in una esibizione e in un concerto di musica leggera, e nel secondo caso (il loro) in un concerto esibizionistico di musica operistica. Cambia lo stile musicale, i “direttori artistici” ma non cambia la sostanza dell’errore che è anche di tipo cognitivo-comportamentale. In altri termini, l’argomentazione lefebvriana si basa sul presupposto che il Vetus Ordo (la Messa tridentina) sia intrinsecamente immune dalla secolarizzazione e dalla sciatteria, e che il Novus Ordo ne sia invece la causa diretta. Ma la storia ecclesiastica dimostra il contrario. Le due forme del Rito romano non possono essere causa per sé degli abusi. Pettanto se la tesi lefebvriana fosse logicamente coerente, per l’assioma “se una forma liturgica genera abusi, allora quella forma va rigettata”, essi dovrebbero rigettare anche il rito tridentino e la riforma del Concilio di Trento. Il fatto che non lo facciano dimostra l’incoerenza ideologica della loro premessa.

Dal punto di vista documentale, inoltre, nessun testo del Vaticano II (si veda Sacrosanctum Concilium) o del magistero successivo (da Paolo VI a Giovanni Paolo II con la Ecclesia de Eucharistia, fino a Benedetto XVI e oltre), il CDC (si veda il can.846), il CCC, ecc., ha mai autorizzato, giustificato o promosso la creatività sregolata, la banalizzazione o la desacralizzazione. Gli abusi dei progressisti non sono conseguenze dei documenti del Concilio, ma di una rottura ideologica con essi da parte del “mondo” progressista con la sua ideologia che presumeva una sorta di “via libera” per lo sfogo del mero arbitrio soggettivo.  Questa rottura è uguale seppur contraria a quella di tradizionalisti. Il comun divisore è l’ermeneutica stessa della rottura. In tal modo essi contraddicono, surrettiziamente forse, il non praevalebunt.

Ancora: sia l’abuso “progressista” (la chitarra strimpellata, il prete-animatore, l’assemblea che celebra autoreferenzialmente se stessa) sia l’abuso “tradizionalista” (il manierismo esasperato, il feticismo del pizzo, il concerto polifonico fine a se stesso) condividono lo stesso identico errore: l’esibizionismo cultuale (almeno implicito).

  • La Messa cessa in entrambi i casi di essere l’azione di Cristo e della Chiesa.
  • Diventa la performance di un palcoscenico. Nel caso dei progressisti un palcoscenico pop/rock/folk, nel  caso dei tradizionalisti un museo/teatro d’opera.

In ultima analisi, la loro posizione non solo pecca di fallacia da non causa pro causa, ma non si rende conto di essere speculare all’errore che combatte: entrambe le derive riducono il Mistero a una questione di mera estetica e di preferenza soggettiva, trasformando il rito in un’opera d’arte (o di artigianato) puramente umana. Inoltre, sussiste un’altra criticità: se hanno celebrato una cum: hanno dichiarato solennemente di essere in comunione ideale con il Papa (allora San Giovanni Paolo II e ora Leone XIV) proprio mentre ne violano il divieto esplicito, compiendo un atto scismatico. È una menzogna liturgica che distrugge la loro credibilità ecclesiologica; se hanno eliminato o alterato la formula: sono caduti nell’arbitrio liturgico. Loro, che accusano la Sede Apostolica di aver “distrutto” la Messa modificando i riti, avrebbero modificato di propria iniziativa il rito tridentino per adattarlo alla loro “ideoprassi”. Dunque, per conseguenza logica, come hanno consacrato i vescovi se nel rito anche in VO è prevista la domanda circa il mandato apostolico e la celebrazione una cum papa nostro? O hanno celebrato una cum e allora hanno mentito e quindi non sono credibili ecclesiologicamente, o lo hanno eliminato ma allora sono caduti in una contraddizione insanabile con sé stessi avendo mutato il rito che considerano invece immutabile.

In entrambi i casi, la prassi lefebvriana si rivela incapace di reggere alla prova della coerenza logica e teologica.

Il can 846 §1 del CDC citato, inoltre, è  la trascrizione esatta del principio espresso dal Concilio Vaticano II in Sacrosanctum Concilium (n. 22 §3) ed è l’equivalente speculare del divieto della bolla Quo Primum (1570) di San Pio V per il Vetus Ordo ed identico è l’obiettivo: tutelare la celebrazione eucaristica dall’arbitrio del singolo o di gruppi di singoli e riaffermare che essa è azione di Cristo e della Chiesa. Tuttavia, non può valere come vincolo per la Prima Sede (la Sede Apostolica). Se San Pio V avesse vincolato i suoi stessi successori a ciò verso cui egli stesso in quanto papa non era vincolato, avrebbe vincolato se stesso alla presunta immutabilità dei riti precedenti il 1570. Ma ciò è palesemente assurdo e contraddittorio. La medesima autorità, dunque, che San Pio V ha esercitato per uniformare il rito, l’ha esercitata San Paolo VI per riformarlo. È solo in questo modo che si afferma e non si nega la validità delle Sante Messe stesse celebrate prima del 1570 e l’autorità conferita da Cristo ai suoi Vicari di determinare i riti che non toccano la sostanza/essenza della stessa santa Messa. E qui i lefebvriani dimenticano, evidentemente, la distinzione tra istituzione in individuo ed istituzione in specie dei sacramenti. Ora Cristo, e i Vangeli sono chiari, ha determinato la materia e la forma specifica dell’Eucaristia ma ha dato autorità alla Chiesa nella persona stessa del suo Capo visibile (e dei vescovi in comunione con lui) di determinare i riti (= gli accidenti rituali senza che con ciò muti la sostanza). Se ciò non fosse, dovremmo trovare nei Vangeli stessi e nel NT in generale la determinazione individuale della celebrazione eucaristica stessa. E non spiegheremmo più l’evoluzione storica e la molteplicità dei riti già prima di San Pio V. Ma ciò non è.

Il problema del dialogo

Dal punto di vista del problema del dialogo ecumenico e del dialogo interreligioso. 1) in nessun documento conciliare e postconciliare si teorizza il falso irenismo che invece è condannato. Inoltre il dialogo è considerato mezzo non fine perché il fine è l’unità nella verità della Chiesa che sussiste nella Chiesa Cattolica (Lumen gentium) e la salvezza delle anime. Ancora: 2) non potremmo accettare ad esempio l’opera di un Giustino martire (Dialogo con Trifone), di Agostino (Dialoghi di Cassiciaco), Tommaso d’Aquino per i chiari riferimenti ad autori non cattolici come Avicenna, Averroè, Maimonide, Aristotele, Platone, Proclo, ecc., se il problema è proprio il dialogo in sé. E da ciò nessun dialogo e confronto con le scienze (matematiche, naturali, umanistiche) e quindi una ricaduta, seppur implicita in molti casi, nel tradizionalismo fideistico condannato dal Vaticano I non II con la Dei Filius. Quindi andrebbero anche contro la Tradizione di cui però ad un tempo vorrebbero essere i perfetti custodi. La stessa filosofia come scienza prima verrebbe intesa come roba da pagani infedeli. E anche questo è contrario alla stessa Dei Filius. Ma il Concilio di Trento non insegnava questi errori che crediamo – e a giusta ragione – di riscontrare nei lefebvriani. Inoltre il dialogo non si potrebbe fare nemmeno con loro perché la loro tesi è “che il cattolico deve alienarsi in ogni modo il non cattolico”. L’accusa lefebvriana secondo cui il Vaticano II avrebbe svenduto la verità a vantaggio del mero dialogo o dialogicismo (interreligioso ed ecumenico) è storicamente e testualmente falsa. Il falso irenismo (la tendenza a smussare le divergenze dottrinali a scapito della verità per ottenere una facile intesa) è esplicitamente condannato (cfr. Unitatis Redintegratio, 11). Il fine del dialogo non è il sincretismo, ma la riconduzione all’unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella (subsistit in) Chiesa Cattolica (Lumen Gentium, 8). È inevitabile, inoltre, a mio modesto avviso, che giungano – e lo ripeto – prima o poi ad una esplicita negazione dello stesso dialogo tra fede e ragione, paradossalmente rigettando il Concilio Vaticano I (Dei Filius). Escludere la filosofia e le scienze naturali come “roba da pagani” non è Tradizione cattolica: è la dottrina della corruzione totale e conseguente inutilità  della ragione tipica ad esempio del protestantesimo luterano e calvinista. Se la loro tesi implicita è che il cattolico debba separarsi, non comunicare e considerare soltanto un nemico da evitare il non-cattolico, si arriva a un vicolo cieco antropologico e pastorale. Cristo ha comandato di andare in tutto il mondo (si veda At 1,8 ad esempio); come si può evangelizzare senza mai interloquire?

Mario Padovano OP

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Giovanni Covino, autore e curatore del blog.