dalle fogne di Londra, 18 febbraio 1942
Mio caro Malacoda,
non so proprio come sia potuto accadere, ma le lettere che ti ho scritto sono finite in mano al Nemico. Eppure, ti avevo espressamente detto di bruciarle dopo la lettura. Che testardo! Che stupido! La situazione non è per nulla buona e ho fatto i salti mortali per salvare la tua pellaccia presso il nostro Dipartimento. Con mia enorme irritazione, ho appreso che un certo Clive Staples Lewis si è impossessato della nostra corrispondenza: un danno incalcolabile per le nostre attività! Questo tizio, quest’anima buona, ha svelato così molte delle nostre strategie e ora tutto il nostro programma è in pericolo perché il libro viaggia per il mondo con una velocità impressionante, la stessa velocità con cui farei girare la tua testa a suon di ceffoni. Come hai potuto fare un errore del genere? Sai quale vantaggio hai dato ai nostri cari «bipedi spelacchiati» (lettera XIV)? Anzi, ora i nostri «pazienti» sanno qual è la nostra reale considerazione? Secoli di lavoro buttato all’aria per il tuo malefico orgoglio che ti spinge a voler mostrarti grande dinanzi a quel piccolo gruppo di idioti.
Sai cosa vuol dire capire che il problema – come ti dicevo nella lettera XIII e ora chissà chi tra quelle insulse creature sta leggendo proprio questo – il problema, dicevo, non è il piacere o amare se stessi, ma il falso piacere e il falso amore? Un problema enorme per noi perché ora, grazie a questo Lewis, le creature sanno che quando «il Nemico vuole che gli uomini si distacchino da se stessi lo intende in maniera diversa», sanno che «Lui ama davvero quei vermiciattoli e attribuisce un valore assurdo all’unicità di ciascuno. Quando Lui dice che devono perdere se stessi, intende dire che si devono liberare della loro volontà egocentrica. Una volta liberati, Lui gli restituisce la loro vera personalità». Ora quelle creature sanno che non possiamo creare alcun piacere, ma soltanto guastare quelli inventati dal Nemico.

Capisci in che terribile situazione ci troviamo per colpa tua? Ora questo Lewis, amico tra l’altro di un altro insulso bipede, tale Tolkien, anche lui scappato per colpa di uno stupido come te dalle nostre grinfie, questo Lewis, dicevo, ha avuto perfino l’impudenza di imprimere il mio nome sulla copertina e io, uno dei migliori discepoli del principe dell’inganno, mi sono trovato a fare una figura barbina.
Non sai cosa ho dovuto sorbirmi: insulti, risate, punizioni… Ti ho graziato quando ti «sei fatto fregare un’anima», ma «i morsi della fame» sono diventati più acuti e «un grido riecheggia in ogni angolo del Regno del Rumore, giù fino al Trono di Nostro Padre» (lettera XXXI). Questa fame va ora placata. L’ora della grazia è finita, mio caro Malacoda.
Hai il coraggio di chiedermi cosa fare per rimediare? Non devi fare nulla. Hai già fatto abbastanza. Provvederò personalmente a sommergere quel libro sotto montagne di rumore. Farò in modo che venga acquistato e mai letto; letto e mai meditato; meditato e subito dimenticato. Spingerò alcuni a considerarlo una semplice allegoria, altri un raffinato esercizio di stile, altri ancora un innocuo divertissement apolgetico. Nulla è più utile che prendere una verità e farla ammuffire sullo scaffale delle curiosità.
Far passare queste pagine per fantasie di un folle non sarà per nulla facile, ma mi consola il «bocconcino delizioso» che sarai per la mia pancia. È vero che ho fatto i salti mortali per salvarti – le mie bugie sono sempre convincenti verità – ma solo per lasciare a me il piacere di tagliuzzare ogni singola parte del tuo corpo.
Il tuo affezionatissimo zio,
Berlicche
Il testo appena letto è si presenta volutamente come una recensione “in forma epistolare” delle Lettere a Berlicche di C. S. Lewis: l’espediente narrativo ha usato la struttura del testo per proporne una lettura critica e personale, trasformando la riflessione sul testo in una voce interna al dispositivo immaginativo dell’opera stessa.
Giovanni Covino




Lascia un commento