Trascrizione
Pip: Briciole filosofiche — dove si va a leggere un’enciclica papale e si torna con Agostino, Platone e una domanda sull’intelligenza artificiale che nessun algoritmo sa rispondere.
Mara: Giovanni Covino firma l’analisi di oggi, che si addentra nella Magnifica Humanitas di Leone XIV per ricavarne la struttura metafisica che regge l’intero documento. Partiamo subito da lì.
Linee di una metafisica della trascendenza nella prima enciclica di Leone XIV
Pip: Il dibattito pubblico sulla Magnifica Humanitas si è concentrato quasi tutto sull’intelligenza artificiale. Ma il post sostiene che quella è una lettura parziale: il cuore del documento sarebbe metafisico-antropologico, una riflessione sull’umanità prima ancora che sulla tecnica.
Mara: Il testo cita direttamente l’enciclica al numero 15: “abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani custodendo con amore quella magnifica umanità che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore.”
Pip: Quindi la domanda sull’IA non viene elusa, ma viene collocata dentro una cornice più ampia. La tecnica è una delle questioni, non la questione.
Mara: Esatto. E la cornice che il post individua è agostiniana: i due amori, le due città. La chiave interpretativa dell’intera enciclica starebbe nel De civitate Dei, dove Agostino scrive: “Due amori dunque diedero origine a due città, alla terrena l’amor di sé fino all’indifferenza per Iddio, alla celeste l’amore a Dio fino all’indifferenza per sé.”
Pip: Due città, due amori, e in mezzo ci siamo noi con i nostri telefoni. La struttura regge sorprendentemente bene.
Mara: Leone XIV la traduce in due icone bibliche: la torre di Babele e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme. Al numero 130 dell’enciclica scrive: “la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi.” Il richiamo agostiniano è esplicito.
Pip: E qui emerge la posta metafisica vera. Senza un orientamento trascendente, l’agire umano cade in quello che il post chiama un circolo vizioso: l’io cerca nell’immanenza il senso che ha negato, e non può trovarlo perché nulla di finito può essere causa di se stesso.
Mara: Il transumanesimo — potenziamento cognitivo, ingegneria genetica, ibridazione organismo-macchina — viene letto come la forma più alta di questo scacco metafisico: la ricerca del trascendente negato dentro i confini dell’immanenza.
Pip: Platone lo aveva già visto nei filosofi naturalisti, e il post lo ricorda: la ricerca dell’arché nell’immanenza incontra un limite strutturale.
Mara: Leone XIV lo dice al numero 118: “l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite.” La contingenza non è un difetto da correggere, ma una condizione costitutiva.
Pip: La dottrina sociale della Chiesa, che l’enciclica ripercorre nei primi due capitoli, diventa allora l’espressione socio-politica di questa ricucitura: non cancellare la città terrena, ma aprirle le porte della celeste.
Mara: Il post richiama anche Cornelio Fabro per nominare il rischio opposto: quella finitezza che, nell’immanentismo, finisce per divorare la soggettività stessa.
Pip: Alla fine la domanda sull’IA rimanda sempre alla stessa domanda più antica: cosa amiamo davvero, e cosa siamo disposti a costruire a partire da quell’amore.
Mara: Una domanda che Agostino poneva nel quinto secolo e che Leone XIV riapre nel ventunesimo. La prossima volta vedremo dove porta.
Podcast generato con gli strumenti WordPress da Linee di una metafisica della trascendenza
Giovanni Covino



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