«Come può esserci una vita felice dove non c’è neanche vita?», si chiede S. Agostino nel libro IV delle Confessioni. Una domanda che chiude una lunga e profonda meditazione sul tema della morte, della perdita in generale, del distacco dalle creature di questo mondo. In ogni parola di queste pagine si sente tutta la forza della capacità introspettiva dell’Ipponate che si misura costantemente con i sentimenti e i moti che abitano e agitano il cuore dell’uomo (cfr. IV, 14, 22; per una riflessione sul II libro clicca qui).
Il punto di partenza è la descrizione del forte legame di amicizia nato a Tagaste con un suo coetaneo, legame che viene meno poco dopo: «Ma egli – racconta Agostino – venne improvvisamene strappato alla mia follia, per essere mantenuto presso di Te, per la mia consolazione. Dopo pochi giorni, mentre io ero assente, venne nuovamente colpito da febbri e morì» (IV, 4, 8).
La morte dell’amico apre nel cuore di Agostino una ferita che sembra essere incurabile, anzi tutto si «trasforma in un immenso tormento». Il filosofo descrive con precisione chirurgica la psicologia della perdita, del distacco dovuto alla morte, del lutto: l’uomo si sente come avvolto da tenebre e cerca in ogni dove, in ogni gesto, in ogni momento l’amico perduto, nella speranza di rivederlo in qualche modo, di godere nuovamente della sua presenza. Tuttavia, quella speranza si scontra con l’atroce realtà dell’assenza e conduce, quasi inevitabilmente, l’uomo Agostino ad interrogarsi sulla sua stessa vita – è qui che troviamo la celeberrima frase: «factus eram ipse mihi magna quaestio» – sul senso stesso del dolore, sulle lacrime che solcano il suo viso. Vale la pena leggere il passo per intero:
«I miei occhi andavano in cerca di lui da ogni parte, e lui non c’era. Odiavo tutte le cose, perché non includevano lui, e non potevano dirmi: “ecco verrà”, come mi dicevano quando lui, da vivo, era assente. Io stesso ero diventato per me un grande problema. Interrogavo la mia anima perché fosse tanto triste e mi turbasse così tanto, ma essa non era in grado di rispondermi. E se le dicevo spera in Dio, giustamente essa non mi ubbidiva, perché quell’uomo tanto caro che avevo perduto era più vero e migliore di quel fantasma in cui le veniva ordinato di sperare. Mi era dolce solamente il pianto, che aveva preso il posto del mio amico nelle consolazioni della mia anima» (IV, 4, 9).
In questa fase della sua vita, Dio è ancora un fantasma e, in quanto tale, incapace di consolare il suo cuore, ma da questa esperienza di lontananza emerge ancora una volta una rilettura che, dopo il suo ritorno all’Uno, diviene chiave per parlare della dialettica finito-infinito, temporalità-eternità, infelicità-felicità:
«Io ero infelice, e infelice è ogni anima umana legata dall’amore per le cose mortali, che si sente fatta a pezzi, quando le perde, e allora sente su di sé quella miseria di cui era misera anche prima di averle perdute» (IV, 6, 11).
La riflessione di Agostino, nel suo drammatico movimento, rilegge la sofferenza per la perdita come segno della costitutiva finitezza dell’uomo, non per banalizzare la morte dell’amico, ma per coglierne tutto il suo tragico peso: la creatura si riconosce come tale e percepisce nel misterioso scacco ultimo la sua propria dimensione ontologica.
«Per quale motivo quel dolore era entrato nel mio intimo con tanta facilità, se non perché avevo affondato la mia anima nella sabbia, amando un essere mortale come se non dovesse morire?» (IV, 8, 13).
Il tedio, la pena, la paura non vengono meno dopo la conversione, ma Agostino prende, per così dire in mano, quei sentimenti e li pone in altre mani per concludere dicendo: «Il solo che non perde nessuno che gli è caro è colui al quale tutti sono cari in Colui che non si perde» (IV, 9, 14).
Giovanni Covino



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