Ritratti di filosofi: Platone. I limiti dell’indagine dei Naturalisti e la seconda navigazione

Platone è stato un filosofo greco nato ad Atene nel 428 o 427 a. C. e morto, nella stessa città, nel 348 o 347. Di famiglia agiata e nobile, ebbe un’educazione artistica, ma già in giovinezza venne in contatto con la filosofia. La tradizione racconta che gli era stato inizialmente imposto il nome del nonno, Aristocle, sostituito poi con Platone che in greco vuol dire “ampio”: alcuni dicono che la scelta sia stata dettata dalla larghezza e dalla fluidità della sua penna, altri invece dicono che sia dovuto alla sua fronte particolarmente ampia e, infine, c’è chi sostiene che fosse un soprannome datogli dal suo insegnante di ginnastica a causa dell’ampiezza delle sue spalle. Come testimoniano i moltissimi scritti, la figura più importante per Platone fu senza alcun dubbio Socrate, maestro di vita e di pensiero.

Compito arduo sintetizzare in poche battute il pensiero di Platone. Per tale ragione mi soffermerò su quello che, a mio parere, è il nucleo teoretico del “sistema” platonico.

Per Platone, il vero filosofo ha il compito di ricondurre la molteplicità e la dispersione del divenire (di cui noi tutti facciamo esperienza) all’unità, superando, in tal modo, lo “stupore” che egli (e l’uomo in genere) prova al principio della ricerca (vedi Teeteto, 155 D), e sostituendo, successivamente, questa meraviglia con un’altra meraviglia: quella della contemplazione della verità che giustifica le cose sensibili, cioè la contemplazione del mondo dell’intelligibile.

Quanto detto è, in parole semplici, la “seconda navigazione”. Platone ne parla esplicitamente nel Fedone, ma è presente anche nelle splendide pagine del Simposio (dove il filosofo greco passa dal bello sensibile al Bello in sé) e, infine, è affidata al dialogo delle Leggi (dove troviamo interessanti passaggi sulla certezza prefilosofica dell’esistenza di Dio, quello che si può chiamare “piano del senso comune”, e sulla formulazione scientifica di tale certezza, il “piano della metafisica”).

Ma che cos’è la seconda navigazione?

“Seconda navigazione” è una metafora desunta dal linguaggio marinaresco, che designava come prima navigazione quella effettuata sotto la spinta del vento; seconda navigazione quella che uno intraprende quando, rimasto senza venti, naviga con i remi. In filosofia, dunque, la prima navigazione a cui allude Platone è quella dei Naturalisti che si servono solo della sensazione e rimangono nell’ambito del sensibile. La seconda navigazione che intende intraprendere Platone si serve dei remi della dialettica che permette di giungere dal sensibile al sovrasensibile.

Dopo aver mostrato i limiti dell’indagine naturalistica, confutando l’interpretazione (immanentistica) del dato esperienziale dei primi filosofi (l’imposibilità di trovare la spiegazione del reale nel reale stesso), il filosofo trascende il molteplice sensibile e giunge al sovrasensibile. La via che Platone percorre per giungere al principio non è unica: il filosofo greco percorre diverse strade come quella della bellezza, del bene o dell’uno, strade che trovano tutte il loro punto d’appoggio nell’esperienza immediata.

Per concludere, leggiamo lo splendido passo del Fedone, in cui troviamo descritta la famosa seconda navigazione di cui ho parlato e che rappresenta l’eredità più importante che Platone ci ha lasciato:

Questo vuol dire non essere capace di distinguere che altra è la vera causa e altro è il mezzo senza il quale la causa non potrebbe mai essere causa. E mi sembra che i più, andando a tastoni come nelle tenebre, usando un nome che non gli conviene, chiamino in questo modo il mezzo, come se fosse la causa stessa. Ed è quello il motivo per cui qualcuno, ponendo intorno alla terra un vortice suppone che la terra resti ferma per effetto del movimento del cielo, mentre altri le pone di sotto l’aria come sostegno, come se la terra fosse una madia piatta. Ma quella forza per la quale terra, aria e cielo ora hanno la migliore posizione che potessero avere, questo ne cercano, ne credono che abbiano una potenza divina ma credono di aver trovato un Atlante più potente, più immortale e più capace di tenere l’universo, e non credono affatto che il bene e il conveniente siano ciò che veramente lega e tiene insieme. Io mi sarei fatto col più grande piacere discepolo di chiunque, per poter apprendere quale sia questa causa; ma, poiché rimasi privo di essa e non mi fu possibile scoprirla da me né apprenderla da altri; ebbene, vuoi che ti esponga, o Cebete, la seconda navigazione che intrapresi per andare alla ricerca di questa causa?

Altro che, se voglio, rispose.

Platone, Phaedo, 99 B – D


Giovanni Covino

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