Ricordando un maestro. Gustavo Bontadini, tra metafisica e fede. A colloquio con Massimo Roncoroni

Massimo Roncoroni, già cofondatore e capo redattore della rivista Per la filosofia – Filosofia e Insegnamento, ha insegnato filosofia e storia della filosofia. Autore di numerosi articoli e saggi come Percorsi di filosofia nella storia e, con Francesco Dal Pozzo, Filosofia, giustizia, diritto. Lineamenti di filosofia del diritto. In questa lunga intervista ci parla di due grandi figure del panorama filosofico italiano del ‘900: Gustavo Bontadini e Sofia Vanni Rovighi. Di seguito la prima parte.


Professor Roncoroni, innanzitutto desidero ringraziarLa per questa intervista e per il tempo dedicato alla rubrica “A colloquio con…” di Briciole filosofiche. Iniziamo da uno dei Suoi maestri: Gustavo Bontadini. Quando ha conosciuto il filosofo milanese?

All’inizio del secondo anno di filosofia 1969 andando da Lui a lezione di filosofia teoretica nei canonici mercoledì, giovedì, venerdì dalle ore 11.30 alle 12.30, detti poi “la tre giorni del Bonta”…

Lo seguo, dopo aver frequentato il primo anno le lezioni di filosofia antica di Giovanni Reale: splendide per chiarezza, semplicità e facilità, entusiasmanti per la comunione simpatetica che Reale sa suscitare per il pensiero antico, allora più la metafisica di Aristotele che Platone, esaminato nella prospettiva del processo di Socrate e alla luce degli studi di Robin.

Nel contempo frequento anche le lezioni pomeridiane di filosofia morale tenute da Emanuele Severino, esse pure splendide, ma non entusiasmanti: ché Severino, grande musico e musicista della filosofia compone musica con spartito mono-tonale e monotematico con pochissime e accidentali variazioni sul tema, in sostanza sempre il medesimo e lo stesso motivo: l’occidente, dopo Parmenide e sino al pensiero che in Lui si manifesta, pensa l’ente come niente e la filosofia si propone, “soggiorno dell’essere”, a “ethos” di salvezza dal niente che tutto avvolge, aliena e annienta.

Lezioni di eccezionale splendore, certo, forse analoghe a quelle che Sofia Vanni Rovighi ricorda di aver ascoltato da Heidegger negli anni ‘30 a Friburgo. In esse, solo Severino pensa e parla, suona e canta, gli altri – noi tutti – rapiti ed ammaliati a cantare in coro come e ciò che lui suona e canta. Letteralmente stregati da tale musica, nessuno osa eccepire, fare domande, obiettare alcunché, se non venendo subito risucchiato dalla sua musica rispetto alla quale funge da mera variazione tonale del grande spartito musicale in interpretazione ed esecuzione.

Diversissime le lezioni di storia della filosofia di Sofia Vanni Rovighi esse pure pomeridiane: lezioni impegnative per il lavoro proposto di attenta filologia dei classici filosofici medievali moderni e contemporanei, per la loro puntuale esegesi critica, filosofica e storica, ispirate a onestà intellettuale e intelligenza morale: la chiarezza sia l’onestà del filosofo. Capire quanto ogni pensatore dice e vuole dire, nel suo preciso contesto storico e storiografico e portata filosofica e veritativa.

Quale fu la prima impressione avuta durante le lezioni? E, soprattutto, quale rilievo ha avuto Bontadini nella Sua formazione umana e intellettuale?

La mia prima impressione è stata di smarrimento e disorientamento, qualcosa di simile all’ironia socratica e agli effetti di questa sugli interlocutori di Socrate…

Per quanto riguarda la seconda domanda, posso dire che Bontadini è stato il padre e maestro desiderato e atteso di vita e pensiero filosofici e metafisici, espressione e rivelazione della portata intellettuale e spirituale dell’esperienza cristiana, quale incontro con l’evento evangelico, generatore di senso e significato dell’intera realtà esistente e in essa di ciascuno di noi umani. Mi ha comunicato e insegnato un modo rigoroso, realistico e cordiale per pensare e conoscere le cose tutte e intere, mettendo in questione ogni presupposto, idea fatta e pregiudizio nell’esaminare la realtà tutta per coglierne senso, significato, funzione e valore.

Filosofia dunque come metodo di vita e pensiero intellettuale e spirituale nell’unità dell’esperienza, sintesi dinamica e dialettica di vita pensata e pensiero vissuto per assunzione e assimilazione critica di vissuto e pensato. Così mi ha insegnato a individuare e cogliere portata e valenza filosofica implicite in ogni cosa che incontriamo: ad andare alle cose stesse mettendole in dialettico paragone fra polo logico o della ragione e polo fenomenologico o della esperienza, con i rispettivi referti tra loro diversi e complementari e/o in conflitto di contraddizione logica e reale: mai assunte a priori, ma sempre desunte a posteriori.

Come si svolgevano le lezioni del Bonta?

In maniera originalissima e specificamente filosofica. Mai lezioni, frontali e cattedratiche, ma socratiche e peripatetiche, in su e giù continuo e mai fermo tra le file di banconi dell’aula, interrogando ora questi ora quello su che cosa, perché, per come, in forza di che cosa, questa o quell’altra questione e soluzione, ipotesi e tesi, concetto, giudizio e ragionamento dicessero e intendessero dire e affermare. E dopo aver smontato gli eventuali pregiudizi dell’andare alle cose di vita e pensiero ed esistenza con idee fatte, in cordiale ironia, mai ustionante, offensiva e scarnificante, ma sempre rispettosa e corroborante, conduceva, criticamente e a mente aperta, alla verità di volta in volta in questione.

Verità incontrovertibile, se e solo se fondata sul principio di non contraddizione (usato in acronimo: p.d.n.c.) in costante esercizio pubblico e comune. Tutti e ognuno eravamo così condotti a esercitare libertà di pensiero in prima persona singolare, per giungere alla verità delle cose guardate e viste con gli occhi della mente: “evidenze” da constatare per concetti adeguati, giudizi fondati, ragionamenti corretti, o “esigenze” da spiegare e comprendere, fondare e giustificare, al fuoco dell’onere della prova, ché “onus probandi incumbit ei qui dicit!”.

Ad ogni nostra affermazione, di norma la richiesta era: “mostralo e dimostralo”: “fa’ vedere che non è contraddittorio quanto affermi, e capace di sciogliere le contraddizioni che possano affliggerlo”.

In dettaglio, delle tre ore settimanali: una prima – per lo più il mercoledì, in modo mai rigido – era dedicata all’esegesi critica di un testo della tradizione classica (in genere, Aristotele e Tommaso, ma anche Origene, Agostino e Bonaventura) e soprattutto moderna con grande spazio a Cartesio e Hobbes, al suo amatissimo Leibniz, come a Hume e Kant (da Gustavo considerato il suo “miglior avversario”, con la Critica della Ragion Pura autore della più poderosa opera filosofica dell’età moderna e non); ogni due settimane, l’attenzione era rivolta al pensiero contemporaneo, scorto nelle sue “correnti canoniche” ed esaminato con particolar riguardo a Ugo Spirito, Antonio Banfi, Nicola Abbagnano e Jacques Monod, magari prendendo spunto da articoli tratti dalla stampa quotidiana e dotati di filosofica valenza: “La nostra riserva di caccia”. I documenti di tali lezioni sono per lo più confluiti nel secondo volume di Conversazioni di metafisica compreso Sòzein tà phainòmena, saggio mirabile per valore filosofico-metafisico e letterario, con il quale Bontadini esamina e confuta, in maniera decisiva e insuperabile, la “svolta” di Severino in Ritornare a Parmenide del 1964; l’ora di mezzo era dedicata, anche qui senza rigidezza alcuna, all’esposizione del suo specifico pensiero filosofico e metafisico in pieno divenire e corso di svolgimento, con attenzione critica e autocritica, disposto a rivederlo e a correggerlo alla luce delle osservazioni avanzate anche dal più umile studente; ne fanno testo, al riguardo, gli Appunti di filosofia, documento esemplare di una divulgazione filosofica di altissimo livello e alla portata dialogica di tutti, ispirata al suo invito, nel far filosofia e metafisica, a “parlar semplice e scriver popolare”, in una filosofia che fosse adiacente il più possibile all’esperienza comune degli uomini in carne e ossa e, dunque, priva di inutili orpelli d’accademica erudizione e cerebrali astruserie; la terza ora era, spesso, riservata alla lezione di un altro collega ed amico esperto, competente e docente di discipline anche non filosofiche; il filosofo – osservava infatti Bontadini – deve saper dialogare più con i non filosofi, che non con i filosofi, se vuole fecondare il proprio filosofico pensiero in modo vero, buono e utile, e non ridursi al “purus philosophus purus asinus” di crociana memoria.

Discipline altre dalla filosofia dunque, ma nondimeno dotate di grande interesse filosofico: quali matematica (per il suo grande Leibniz: “portento della mente umana”, e da Gustavo amata e coltivata sin dalla giovinezza) con i professori Carlo Felice Manara e Giovanni Melzi, biologia e medicina con l’illustre clinico milanese Enrico Poli, fisica con Evandro Agazzi, fisico oltre che filosofo, allievo sia di Bontadini che di Ludovico Geymonat (il primo – amava ricordare Bontadini – a tenere in Italia una cattedra di filosofia della scienza a Pavia, anche per merito di un intervento diretto del filosofo e metafisico milanese).

Molto interessante. Continuiamo la nostra intervista affrontando un altro argomento di estremo interesse: il rapporto fede-ragione. Come Bontadini declinava questo rapporto?

Per rispondere a questa domanda sono necessarie alcune notazioni preliminari. La prima riguarda Padre Agostino Gemelli, “mentore” di Bontadini. Gemelli fu medico di formazione positivistica e allievo del Golgi – istologo di fama e Nobel 1906 per la medicina – nell’università di Pavia; socialista e anticlericale si convertì al cristianesimo entrando nell’ordine francescano. Uomo di grande intelligenza positiva e pratica, da fondatore e rettore magnifico della università cattolica del Sacro cuore di Milano, fu uomo di grandi impulsi passionali di natura ciclotimica, sì da esser definito da Mario Apollonio – ordinario di Letteratura Italiana e grande maestro di umanesimo cristiano – “potente e prepotente”; capace di grandi amori e odi – ne sa qualcosa Padre Pio, dal Gemelli sottoposto a visita psichiatrica e diagnosticato “psicopatico” – Gemelli “ebbe letteralmente nella manica” Gustavo Bontadini, che lo ricambiava chiamandolo in non poche dediche scritte: “Il mio Rettoraccio”.

Detto questo e precisato che a Bontadini è estraneo il concetto di incontrovertibile sistema logico in cui ingabbiare a-priori la realtà esistente, ma sempre gli preferisce quello di realtà incontrovertibile, in quanto non contraddittoria e capace di negare ogni sua possibile e immaginabile negazione, se non contraddicendosi di nuovo, occorre dire a chiare lettere che intento primo e ultimo di Bontadini fu sempre quello di mostrare e dimostrare la convergenza dialettica fra fede cristiana e ragione; intelletto e fede, quali cespiti del pensiero della realtà intera, nella sua portata conoscitiva analitica e sintetica, aperto infinitamente alla realtà tutta entro l’orizzonte infinito della quale fattore decisivo era appunto l’evento cristiano, generatore di vita e di pensiero che interroga la realtà esistente e se ne lascia sua volta interrogare; soggetto – l’evento cristiano – di scelta razionale e ragionevole circa la sostanza di cose da sperare e argomento – incontrovertibile sino a provata prova contraria – di realtà che per ora non appaiono, ma destinate ad apparire in un futuro escatologico prossimo e venturo, secondo la formula esemplare riassuntiva del mistero cristiano: “annunciamo la Tua morte, proclamiamo la Tua resurrezione in attesa del Tuo ritorno”, nella gloria della verità pienamente manifestata dall’alto.

È questo un punto da precisare bene, perché qui sta, forse, il punto di vista sintetico formale dell’intero vivere e pensare di Bontadini: intendere l’esperienza dell’esistenza cristiana quale “incontro” – “euresis” o “inventio” – con un evento che avviene nella storia, in piena unità dell’umana esperienza, di pensiero vivente e vita pensante – il pensiero di Gesù Cristo – capace di risolvere e dissolvere, morendo e risorgendo, ogni contraddizione di male che possa crocifiggere ciò che esiste. Onde la fede cristiana, mai è in Bontadini qualcosa di presupposto dall’esterno – quasi presupposto fideistico – al pensiero che la riconosce, bensì qualcosa o Qualcuno che interroga l’intelletto umano lasciandosi a sua volta da questo interrogare. Da qui il triplice moto dialettico del rapporto in virtuosa spirale (non circolo vizioso di serpente a mordersi la coda) fede-ragione, scandito nei seguenti classici momenti di:

a) la fede nella ragione verso la fede (“la filosofia verso la religione” di masnoviana memoria);

b)la ragione quale intelligenza della fede, sia atto, sia contenuto di fede;

c) la ragione come difesa razionale e ragionevole di razionalità e ragionevolezza della fede: o funzione apologetica della ragione nei confronti della fede cristiana, che tanto appassiona Bontadini da fargli preferire, dopo il liceo, la scelta professionale di fare filosofia piuttosto che l’altrettanto amata matematica.

In sintesi: in e per Bontadini, decisiva non è tanto la fede nella filosofia come frutto di ragione e intelligenza umane, intese a spiegare razionalmente e a comprendere intellettualmente la realtà intera, ponendosi così come teoria e pratica di salvezza per l’uomo – differenza specifica codesta rispetto a Emanuele Severino e l’intellettualismo etico di sempre, per Bontadini vana illusione – bensì la fede in Gesù Cristo, via alla verità che fa vivere oltre ogni forma del morire e della morte, l’unica scelta di fede – tra tutte le scelte di fede delle quali e per le quali ogni uomo vive e pensa – fondata in maniera razionale e ragionevole, al di là d’ogni contraddizione possibile e immaginabile. Provare per credere, a pensarla e viverla quale bel rischio della umana ragione.

Per Bontadini, quale rilievo aveva la metafisica nella vita concreta della persona e come traduceva nella sua esperienza quotidiana il rapporto di cui sopra?

Vivere è praticare un certo modo di vivere e pensare, esistere ed agire, dunque una concreta filosofia con metafisica annessa, anche se di natura anti-metafisica, non per questo meno metafisica, con relative e necessarie idee di Dio, uomo e mondo, quali idee regolative della ragione a orientare ogni umano in cammino nel suo concreto esistere. Ognuno, certo interpreta e traduce tale struttura metafisica e filosofica dell’esperienza umana in maniera unica e irripetibile, espressiva e rivelativa del tipo di uomo ch’egli è: dimmi che filosofia hai e ti dirò che uomo sei e viceversa, come a ragione osserva Fichte. Da qui l’ereticalità antropologica di ogni filosofia e metafisica: in parole povere, il fatto che ogni uomo sceglie (“airèsis” = scelta) il proprio modo di vivere e pensare di fronte alla realtà intera, in modo singolare, unico e irripetibile, che lo fa quell’uomo lì e non un altro, da ogni altro in maniera irriducibile differente. Onde – osservava Bontadini – per ognuno la propria filosofia è come la morosa, almeno un tempo: ciascuno ha la propria, non la vuole cedere ad altri e che nessuno gliela porti via! Il che non significa che ciascuno di noi sia chiuso e murato nella propria “ciascuneria”, ma che possa pure – purché lo voglia – uscire da se medesimo per andare al di là di ciò che vive e pensa a vedere come stiano le cose in realtà fuori e oltre lui: oltre diametro e raggio del proprio antropologico caso e/o naso.

Questo esige libertà di pensiero di voler uscire da se stessi e andare oltre le proprie personali e singolari pregiudiziali filosofiche e metafisiche di partenza, mediante e in vista di quello che Bontadini chiama “raddrizzamento etico e logico-semantico”: di vita e pensiero, lingua e parola. Tale decisione di esercitare libertà di pensiero del soggetto, che esce da se stesso per andare all’altro da sé della cose stesse, non significa né implica, né di diritto né di fatto, alcun intervento della Grazia divina – almeno per quel che ne sappiamo –, ma pura e semplice constatazione del nostro andare al di là delle cose, nel conoscere ciò che abbiamo presente nel pensiero: in realtà fisica e metafisica, costitutiva in sé e per sé della struttura metafisica dell’esperienza umana d’esistenza del reale universale e trascendentale; in parole povere, ma semplici e chiare: tutto e intero. Attenzione e discussione di Bontadini su questo punto erano costanti e spesso richiamavano alla mente un pensiero di Hobbes poi ripreso da Leibniz: “Se matematica e geometria fossero contro gli interessi di qualcuno, ci sarebbe qualcuno a giudicarle soggettive”.

L’interesse spinge infatti ognuno a privilegiare quanto legato ai propri interessi su qualsiasi altra cosa, inducendolo a trovare ciò che vuole, più che non a volere ciò che trova. Dipendenza dall’interesse personale, la cui portata è massima quando si tratti di interessi vitali quali quelli di filosofia e metafisica: fattori fondamentali del modo di vivere, pensare, esistere e agire di ognuno, da esigere un’etica dell’intelligenza in atto, soprattutto quando ci si occupi di filosofia e metafisica. Anche se, non bisogna dimenticare che la forte accentuazione personale della filosofia dipende in positivo anche dal fatto che: se la Verità è una persona, ogni persona è una verità; tema che sarà ripreso da un grande pensatore italiano che Bontadini stimava non poco, Luigi Pareyson, nel suo capolavoro Verità e interpretazione: punto di riferimento essenziale del pensiero ermeneutico di natura metafisica.

Oltre alla “filosofia prima” o “metafisica”, il filosofo milanese non ha disdegnato la riflessione sulla “filosofia seconda”. Potrebbe parlarci di questo aspetto?

Bontadini è filosofo mai sistematico, ma sempre metodico e metodologico per esperienza dell’esistenza in filosofia prima o metafisica. Per materia lo è ancor di più in filosofia seconda, meglio nelle filosofie seconde. Pur se sotto l’aspetto formale, le sue osservazioni occasionali, volanti e in apparenza marginali – quasi “briciole di filosofia”  – costituiscono terreno fecondissimo di riflessione e meditazione; capace anche qui di proporre un metodo efficace ed efficiente per guardare e vedere, per induzione inventiva, le questioni che via via sorgono nel concreto corso del cammino umano d’esperienza dell’esistenza. Anche qui, metodo sempre, sistema mai.

Confesso che nel mio percorso universitario, non ho mai incontrato la figura di Bontadini. L’ho conosciuto, per così dire, attraverso “studi paralleli”. Secondo Lei, perché Bontadini (ma con lui potrei citare altri autori, come Cornelio Fabro) ha così poco spazio nella storia della filosofia del Novecento?

Bontadini, in fondo vero e proprio “homo salvatico”, nello specifico senso di Giuliotti, mai ci tenne ad essere filosofo à la page, nonostante la grande stima della quale godeva da parte di Giovanni Gentile e anche di Benedetto Croce.

Tuttavia, nonostante Emauele Severino e altri lo hanno ritenuto o ritengano uno dei più grandi pensatori del Novecento, cattolico e non, il suo oblio relativo dipende e dalla crisi del sapere metafisico come sapere ridotto a zero, e della civiltà attuale con esito banalizzante di una filosofia che, rinunciando alla metafisica quale fondazione razionale del ragionevole vivere e pensare, esistere ed agire umani, di fatto finisce per trovarsi intellettualmente disarmata e dal “volto cadaverico”, nonostante i vari e svariati festival che celebrano, in genere sul finire dell’estate, le modeste e tristi esequie di Sofia.

Intervista a cura di Giovanni Covino

Fine prima parte, seguirà la seconda su Sofia Vanni Rovighi.

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