Il Vangelo di questa prima domenica di Avvento, è ricco di spunti filosofici. Il tema, come al principio di ogni anno liturgico, è quello dell’attesa e della veglia. La Chiesa offre la possibilità di meditare le due venute di Cristo: la prima – come dice Cirillo di Alessandria – “ebbe il sigillo della sofferenza”, la seconda, invece, “porterà una corona di divina regalità” (Cirillo di Alessandria, Catechesi 15, 1.3; PG 33, 870-874). Tra queste due venute si trova l’uomo e la sua storia. Tra queste due venute il cristiano trascorre la sua esistenza nella triplice dimensione della temporalità: vivere il presente con saggezza ed equilibrio, vegliando tra il ricordo della prima venuta e l’attesa della seconda.
La vita dell’uomo presenta questa dinamica che, naturalmente, si concentra sempre in un “qui ed ora”: l’attesa non vuol dire, infatti, dimenticare il presente nella spasmodica ricerca di ciò che ancora non è e, d’altro canto, il ricordo non è una caduta in un sentimento nostalgico che ingabbia l’uomo nel passato. Il Vangelo ci invita a fare nostro il presente e a meditare questo momento che non riusciamo mai ad afferrare, ma che è l’unico che ci è dato vivere, tra memoria e attesa. Si tratta di una sorta di “buona gestione”, come ricordava già Seneca nel De Brevitate vitae (I, 1):
“come sontuose e regali ricchezze, quando siano giunte ad un cattivo padrone, vengono dissipate in un attimo, ma, benché modeste, se vengono affidate ad un buon custode , si incrementano con l’investimento, così la nostra vita molto si estende per chi sa bene gestirla”.
Solo con questa saggezza – ricorda in definitiva il Vangelo – possiamo crescere e diventare desiderosi di “comprendere in qual modo la felicità possa durare per sempre” (Gregorio di Nissa, Commento al Cantico dei cantici, cap. 2, PG 44, 802).
Giovanni Covino



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