La ricerca della nostra nobile radice

La disperazione è – come abbiamo visto – una malattia dell’animo: l’uomo è costretto, è rinchiuso in una stanza la cui porta può essere aperta dalla sua stessa mano. La chiave per superare la disperazione è, dunque, nella mano della stesa persona che ha serrato la porta: è questa la “contraddizione penosa” che attanaglia il cuore dell’uomo disperato, un movimento dello spirito su stesso, un vortice di non-senso da lui stesso invocato. Søren Kierkegaard lo descrive lucidamente quando dice che «il disperato è malato a morte [e che] la morte non è la fine della malattia, ma la morte è, continuamente, la fine estrema […]. Questo è lo stato dell’anima in disperazione» (Antologia, cit., p. 176). Tuttavia, è proprio partendo da qui che l’uomo può ritrovare la sua strada e comprendere che egli stesso è in possesso della chiave di cui sopra. È una sorta di “passaggio” per usare un termine caro al filosofo poc’anzi citato. Si tratta di comprendere il rapporto dell’uomo con se stesso, della verità dell’io che incontra il suo principio e si riconosce per quello che è: «aver un io è la più grande concessione fatta all’uomo; ma, nello stesso tempo, è l’esigenza che l’eternità pretende» (Ibidem). Si tratta del riconoscimento della nostra creaturalità.

È proprio questo che Tommaso – nel suo Commento – riconosce al giusto Giobbe: non abbandona la sapienza, nonostante tutto. Dopo la sofferenza causata dalla perdita dei beni e dei figli, Giobbe viene colpito da «malattia ripugnate e vergognosa»: la provvidenza permette un’altra prova per mostrare la sua virtù. Il Nostro viene tormentato nel corpo, ma anche in questo caso resta saldo, confutando con il suo stesso vissuto la seconda calunnia di Satana (“prova a toccarlo nelle ossa e nella carne e vedrai che egli in faccia ti benedirà”): Giobbe «non aveva servito il Signore per amore del suo corpo, come in precedenza aveva fatto vedere che non l’aveva servito per il benessere materiale» (Expositio, cit., p. 52).

Il giusto Giobbe è, in questo senso, l’uomo che meglio rappresenta il “passaggio” di cui sopra: la stoltezza e la disperazione sono superate dalla sapienza e dalla consapevolezza dei propri limiti, come dimostra anche la risposta del Nostro alla moglie. Quest’ultima, invece di consolare il marito sofferente, usa frasi esasperanti definendo “vana” la sua devozione e istigandolo dicendo “benedici Dio”, «cioè – spiega Tommaso – “maledici”, come a dire: dal momento che a benedire Dio ti è arrivata la disgrazia, maledici Dio per ottenere il benessere» (p. 54). A tali parole, Giobbe risponde: “parli come una stolta” e Tommaso commenta: «Giustamente Giobbe accusa la moglie di stoltezza, dato che essa parlava contro la sapienza divina; che abbia parlato stoltamente, poi, lo dimostra dicendo “Se abbiamo ricevuto i beni dalla mano di Dio, i mali perché non dovremmo riceverli?”, insegnando così la perfetta sapienza» (p. 54).

Questo “passaggio”, questo cambio di prospettiva permette all’uomo di comprendere la sua destinazione o – come dice Kant parlando del “dovere” – la nostra nobile radice che «innalza l’uomo sopra se stesso» e «lo lega a un ordine delle cose che soltanto l’intelletto può pensare» (Critica della ragion pratica, Laterza, Roma 1997, p. 189).

Giovanni Covino

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