Corrispondenze. Le prime indagini del commissario Salaris, V

Una lacrima ha radici più profonde di un sorriso

Émil Cioran

V.

La sera calò sulla città di Torino, accompagnata da un sottile velo di nebbia. Quasi un lenzuolo leggero che, scendendo, inumidiva le strade, creando così il solito gioco di riflessi con la luce dei lampioni. Salaris tornò a casa stanco. Erano stati due giorni pieni di lavoro, per lo più di natura burocratica: aveva dovuto firmare una marea di carte, conoscere il commissariato, andare naturalmente ai piani alti. Si sentiva ancora un pesce fuor d’acqua, «è normale» – pensò. Il primo incarico da commissario non era certo semplice da sostenere. Perciò pensò di prendere carta e penna. Iniziò a scrivere:

Caro papà,

la città è come la immaginavo. Ora capisco perché Nietzsche definiva Torino un luogo classico. Ho passeggiato, nei ritagli di tempo, per ammirare le sue bellezze. Sentire il profumo della storia. Ho notato anche una certa aura di mistero. Soprattutto di notte.

Il commissario Lo Capo è una persona squisita. Mi ha aiutato molto. Qui lo ammirano tutti. Sarà dura sostituire chi ha fatto tanto e bene. Nel nostro incontro personale ha voluto ascoltare il racconto dell’ultimo caso risolto in Sardegna. Mi ha chiesto diverse cose sulle mie modalità di indagine. Forse voleva semplicemente conoscermi. Non so.

A te come vanno le cose? Sempre impegnato? Non scordarti di zia Elena. Non lasciarla sola in questo momento.

Saluta tutti.

Paolo

Quando terminò di scrivere, Salaris chiuse la lettera in una busta e terminò quel rituale con indirizzo e francobollo. Poi si alzò e decise di uscire per imbucare la lettera. Nonostante la stanchezza, pensò che sarebbe stato piacevole fare un giro prima del meritato riposo.

Le strade della città erano ancora piene di vita. E camminando, si sentivano dai locali un chiacchiericcio indistinto e la musica. Salaris battezzò uno di quei pub che ricordavano per l’ambiente, la musica e, soprattutto, la birra, i tipici locali irlandesi. Entrò e iniziò a guardarsi intorno per trovare un tavolo libero. Roadhouse Blues dei Doors faceva da piacevole sottofondo, le persone rilassate e divertite parlavano tra di loro e addentavano i loro grossi panini spruzzando sul tavolo o sui propri vestiti maionese o ketchup. Salaris si avviò verso uno dei tavoli liberi e mentre stava per sedersi si sentì chiamare. Era l’agente Grieco.

«Commissario, commissario. Venga».

«Quante probabilità c’erano» – pensò Salaris.

«Salve, Grieco».

«Commissario, stia con noi» – disse gentilmente l’agente.

Grieco era in compagnia di due donne. La prima era una ragazza bionda, occhi di un azzurro chiaro e alta. Sembrava una donna di nazionalità svedese o almeno di origine nordiche. L’altra una donna bruna, dai lineamenti gentili, con occhi verde scuro e una carnagione chiara.

«Non vorrei disturbare» – disse il commissario.

«Quale disturbo. Prego. Si accomodi. Le presento le mie amiche Eva e Sara».

«Molto piacere. Paolo, Paolo Salaris».

«Il commissario è appena arrivato. È qui da qualche giorno. Sarà il nostro nuovo CAPO» – disse Grieco, sorridendo e alzando volontariamente il tono quando arrivò alla parola “capo”.

«Sì, proprio così, lo ammetto».

«Ma quante probabilità c’erano di incontrarci qui?».

«Ho pensato la stessa cosa, Grieco. Forse vi sto pedinando» – scherzò Salaris.

Tutti risero e iniziarono a conversare piacevolmente. Era l’inizio di un’amicizia.

Giovanni Covino


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