Corrispondenze. Le prime indagini del commissario Salaris, VI

Una lacrima ha radici più profonde di un sorriso

Émil Cioran

VI.

La mattina seguente, Salaris arrivò puntuale in commissariato. Aveva diversi impegni, tra cui andare con Lo Capo dal questore. Entrò, salutò Grieco e si fermò qualche minuto a chiacchierare con lui della serata precedente, giusto il tempo per sentire da Grieco «Ha fatto colpo, commissario!», poi, con un gran sorriso sulle labbra da adolescente, si diresse, con passo svelto, verso il suo ufficio o meglio il suo futuro ufficio. Lo Capo, infatti, era ancora lì e Salaris non aveva obiettato nulla, anzi era contento di poter condividere quei primi giorni da commissario con chi lo aveva preceduto.

«Buongiorno commissario» – disse Salaris con un tono squillante. «Già qui?».

«Praticamente io ci dormo qui, Salaris» – disse scherzando Lo Capo. «Sono arrivato alle 7, minuto più, minuto meno. So che dovevamo andare dal questore questa mattina, ma non possiamo. Abbiamo un’altra cosa o meglio ha un’altra cosa da fare oggi».

«Mi dica».

«Ho ricevuto una telefonata[1] qualche minuto fa. La stavo per chiamare. Hanno ritrovato un corpo nei pressi della stazione».

Salaris non disse nulla. Ascoltò. Era l’inizio di una nuova indagine, la sua prima da commissario di Torino. Ed era un assassinio. Non certo una cosa semplice. Scesero dall’ufficio insieme. Giunti al centralino, il commissario si fermò e chiese a Grieco di accompagnarli sul luogo del delitto. Era il primo cambiamento. Salaris aveva colto qualcosa nell’agente Grieco. Lo considerava – per una delle sue solite intuizioni – sprecato lì al centralino, perciò decise di coinvolgerlo. Dopo una decina di minuti, la volante arrivò sul posto.

La mattina era accompagnata da una leggera pioggia e una sottile foschia. Sulla scena erano già presenti alcuni agenti che, inviati sul posto da Lo Capo poco prima, tenevano la folla di curiosi lontano dal corpo ritrovato. Salaris, sceso dall’auto, deciso, si incamminò, accompagnato da Grieco e dall’ex commissario. Superata la folla, vide, chinato sulla vittima, un uomo grosso con un impermeabile blu scuro. Era il medico.

«Buongiorno, Crasso» – disse Lo Capo. «Il commissario Salaris. Sarà lui a dirigere l’indagine».

Il medico si girò e ai tre apparve un uomo con uno sguardo accigliato, la barba di media lunghezza nera, striata qui e là da peli bianchi, capelli brizzolati e grossi occhiali quadrati.

«Buongiorno, Lo Capo. Piacere di conoscerLa, commissario».

«Salve, piacere mio» – rispose cordialmente Salaris che stava per fare al medico le domande di rito quando si rese conto che il corpo ritrovato quello di un bambino.

Le parole si fermarono sulle labbra come quando un colpo forte allo stomaco spezza il fiato e rende impossibile il respiro. Il commissario fece un passo, superando Crasso, e si chinò sulla vittima per osservare con attenzione, ma sempre con humana pietas, quell’anima innocente che era stata posta lì sulla terra bagnata con crudele e incredibile indifferenza. Aveva il volto tumefatto, una serie di colpi aveva reso quasi irriconoscibili i tratti gentili tipici di un bambino. Il commissario notò anche segni visibili sui polsi e alcuni strappi sui vestiti. Scarpe sporche e rovinate. Sulle suole il commissario notò del terriccio rosso[2] .

Lo Capo e Crasso si avvicinarono.

«Scusatemi» – disse Salaris con tono cupo, con lo sguardo sempre fisso sul corpicino esangue. «Dottore» – continuò il commissario – «può già dirmi qualcosa?».

«L’unica cosa certa al momento è che il bambino ha…aveva 9 massimo 10 anni. È stato massacrato di botte. Questo» – e indicò la parte destra del cranio – «è stato il colpo fatale. L’assassino, vile, vigliacco» – il tono divenne aspro e rabbioso – «ha usato un oggetto pesante, un martello presumibilmente. I segni sui polsi indicano che è stato legato per molto tempo».

Salaris ascoltava in silenzio.

«È stato ucciso circa 8 ore fa» – concluse Crasso.

«Che mi dice di questo terriccio rosso sotto le scarpe?».

«Al momento niente, ma saprò essere più preciso dopo un’analisi dettagliata e l’autopsia».

Lo Capo fissava Salaris con grande ammirazione. Era colpito da come avesse preso subito in mano l’indagine e in cuor suo era contento di lasciare il posto proprio a lui. Quei primi passi nelle zone d’ombra di Torino stavano confermando le sue iniziali impressioni.

«Commissario» – disse Salaris rivolgendosi a Lo Capo. «Come mai, secondo Lei, non abbiamo ricevuto denuncia di scomparsa? Un bambino, ucciso da 8 ore circa, presumibilmente è stato rinchiuso per altro tempo e chissà cos’altro…».

«Stavo pensando la stessa cosa, Salaris».

«Se posso» – intervenne Grieco – «io ho un’idea».

«Ci dica, Grieco» – disse Salaris.

«La mia amica Eva[3] …la ragazza che ha conosciuto l’altra sera, commissario…comunque sia, lei…lavora in un istituto alle porte di Torino che si occupa di minori con gravi problemi familiari e non. Mi dice che di tanto in tanto alcuni ragazzi scappano per qualche giorno per poi ritornare. Lei non sopporta questa situazione, ma non può farci niente…nessuno denuncia niente…non so, ho pensato che potesse essere questo il caso…».

«Sì, potrebbe…» – rispose Salaris. «Controlli Lei, Grieco, poi mi faccia sapere».

«Agli ordini, commissario!».

«Potrebbe essere uno di quei bambini» – disse Lo Capo. «È una delle poche cose che spiegherebbe la mancanza di una denuncia per la scomparsa di un bambino. Questo però…».

«…renderebbe la situazione assai complessa» – disse Salaris, concludendo la frase di Lo Capo.

«Esatto. Molto complessa. Capire chi ha potuto fare una cosa del genere è davvero complicato, visto che stiamo parlando di bambini fantasmi».

Salaris annuì. Lo Capo aveva perfettamente ragione. Quei bambini potevano fare o dire qualsiasi cosa e non sarebbero stati presi in minima considerazione da nessuno. Bambini fantasmi era il termine che meglio esprimeva la loro condizione.

«Comunque sia, aspettiamo Grieco e un’analisi più dettagliata da Crasso, poi ci muoveremo. È d’accordo?»  – chiese Salaris, quasi aspettando una conferma da Lo Capo.

«Il commissario è Lei, Salaris. Se vuole in questi giorni comunque potrò darLe una mano».

«Certamente. Ne sarei onorato».

I due salutarono Crasso e si diressero verso la macchina. Nel mentre due funzionari, dopo tutte le rilevazioni del caso, presero il corpo del bambino per portarlo via da lì, con la consapevolezza di chi comprende l’orrore, ultimo gesto di misericordia nei confronti di una vita violata e poi distrutta senza alcuna pietà.

In macchina, il commissario si chiuse nel suo silenzio: aveva una sensazione orribile che lenta, ma inesorabile dallo stomaco saliva e arrivava alla gola, stringendo così forte da troncare quasi il respiro e che, infine, penetrava nella testa come una specie di ronzio che non permetteva di formulare altri pensieri se non quello che si traduceva nell’agghiacciante immagine di un corpo lasciato lì, alle porte di una grande città, come se non fosse altro che spazzatura, un superfluo residuo di umanità.

«Commissario» – disse Lo Capo, rompendo quel momento di opprimente quiete – «tutto bene?».

«Sì, bene. Stavo solo pensando alla scena del crimine e alla vittima. Quello che diceva Grieco spiegherebbe l’indifferenza per la scomparsa, ma resta comunque un orrore indicibile che non spiega il male che quel bambino ha subito».

«Sì, purtroppo, ha ragione. Negli anni trascorsi qui a Torino ho visto di tutto, ma, come lei, non mi sono mai abituato. D’altronde come ci si abitua a una cosa del genere?».

«Esatto, è la mia stessa domanda. Tuttavia, per essere lasciato lì così, qualcuno riesce ad abituarsi…».

«È così, qualcuno cade in uno stato di bestialità tale da mostrare al mondo l’esistenza di una specie di male assoluto, un’ombra che inghiotte completamente la luce…».

«Una sorta di buco nero dell’umanità» – chiosò Salaris.

«Sì, commissario. L’immagine è quella giusta. Tuttavia, non è solo questo. Lei è giovane, ma, come Le dicevo, la lunga e faticosa esperienza, che ho ormai alle spalle, mi ha mostrato di tutto: non solo la brutale e selvaggia umanità, ma anche la parte migliore dell’uomo, la nobiltà dell’animo. Non dobbiamo scoraggiarci».

Salaris ascoltava attentamente. Seguiva la riflessione di Lo Capo con attenzione, soppesando ogni singola parola per comprendere meglio la verità della sua esperienza. L’ex commissario parlava con la saggezza di chi aveva vissuto e subito il male e, allo stesso tempo, con la consapevolezza della fragilità della condizione umana.

«Perciò» – concluse Lo Capo – «lavoriamo per salvare proprio gli aspetti positivi. Dobbiamo essere freddi senza per questo venir meno alla compassione. Soprattutto, non dobbiamo lasciarci inghiottire dalla voragine buia del male».

A seguito di quel colloquio, il silenzio riempì nuovamente la macchina. Non c’era però l’imbarazzo di chi non sa cosa dire. Era uno di quei silenzi di rara profondità.

Dopo qualche minuto, Salaris e Lo Capo arrivarono in commissariato. Grieco era già lì ad aspettare. Il giovane agente si trovava davanti al suo gabbiotto e, con passi brevi e ritmati, andava avanti e indietro, consumando il pavimento e con la smania propria di chi aveva la necessità di comunicare qualcosa di importante. Così, appena vide Salaris, bloccò il suo inquieto andirivieni e si diresse rapido verso il commissario.

«Commissario!» – disse l’agente scendendo i gradini dell’edificio.

«Dica, Grieco. Cosa ha scoperto?» – rispose Salaris in modo risoluto, andando subito al nocciolo.

«Eva mi ha detto che effettivamente due ragazzini, di 12 e di 10 anni, mancano dalla struttura da quasi due giorni. Forse…».

«Sì, forse è questa la pista giusta. Bene, grazie Grieco» – disse Salaris. Poi si rivolse a Lo Capo: «Commissario, dobbiamo andare subito lì».

«Concordo!».

I due senza nemmeno entrare, si diressero nuovamente verso l’automobile.

«Certamente» – disse Salaris – «per noi è un colpo di fortuna aver trovato subito la pista giusta…».

«Sì, è vero» – rispose Lo Capo – «ma attenzione. Come dicevamo questo renderebbe la nostra indagine assai difficile. Comunque, occorre, in primo luogo, che vi sia un riscontro effettivo: dobbiamo essere certi se stiamo parlando della stessa persona, e tra poco lo scopriremo; in secondo luogo, la nostra pista, una volta confermata, potrebbe essere difficile da battere. Si tratta di una struttura di accoglienza e di riabilitazione, tanti casi differenti e, a quanto sembra, chi ci lavora sembra poco propenso a rivolgersi alle forze dell’ordine quando ci sono grane. Gli adolescenti che sono lì, come mostra il corpo ritrovato, sono in una sorta di dimensione di indifferenza, di anonimato…».

Salaris ascoltò e incassò il colpo come un bravo pugile. L’esperienza di Lo Capo aveva colto nel segno ancora una volta. «Aveva perfettamente ragione» – pensò.

Non era certamente facile trovare la strada giusta in quello che stava diventando un vero e proprio ginepraio.

Giovanni Covino


[1]Qui inizia l’indagine, la prima indagine torinese. L’indagine richiama il terzo racconto: Stanze gotiche o meglio questo richiama il quarto, essendo cronologicamente precedente.

[2]Importante per capire dove era rinchiuso il bambino.

[3]Eva è una delle prime fidanzate di Grieco che poi conoscerà un’altra donna che sarà sua moglie come da secondo racconto L’eredità longobarda.


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Giovanni Covino, autore e curatore del blog.