Corrispondenze. Le prime indagini del commissario Salaris, VII

Una lacrima ha radici più profonde di un sorriso

Émil Cioran

VII.

La struttura si trovava ad una ventina di minuti dal commissariato. Era un palazzo di tre piani con grandi finestre, tutte protette da inferriate di colore antracite. Il giallo paglierino della facciata era intervallato dal colore dell’intonaco sottostante di un grigio spento. Il giardino che circondava la struttura era poco curato e, qui e là, v’erano piante, alcune ancora in vita, altre completamente secche.

Salaris e Lo Capo scesero dall’auto e s’incamminarono. Giunti dinanzi al piccolo cancello dello stesso colore delle grate delle finestre, suonarono. Rispose una voce roca che, dopo aver chiesto l’identità dei due, aprì. Il piccolo vialetto, che i due commissari stavano percorrendo, era stato da poco riparato con pietre diverse da quelle originarie e i gradini prima del grande portone avevano i bordi scheggiati. Giunsero all’ingresso e vennero accolti da un uomo grosso, capelli di media lunghezza un po’ unti, un volto arcigno e addosso un maglioncino verde, pantaloni larghi marroni e scarponcini neri. Dalla voce, Salaris riconobbe l’uomo del citofono che, però, tutto a un tratto iniziò a farfugliare frasi senza senso.  Dopo pochi secondi, arrivò Eva, con grande sollievo sia di Salaris che di Lo Capo.

«Salve, commissario» – disse gentilmente la donna. «Venite, vi accompagno dal direttore». Subito dopo si rivolse a Lo Capo e si presentò.

Mentre percorrevano il lungo corridoio, Eva spiegò a Salaris che Ettore, l’uomo che ha li aveva accolti, era lì da qualche anno dopo essere uscito da un ospedale psichiatrico. L’istituto accoglieva, oltre che bambini e adolescenti con problematiche particolari, anche persone che avevano bisogno di ritrovare un po’ di normalità e serenità nella loro vita martoriata dalla malattia. Era certamente un progetto nobile e ambizioso che, come tutti i progetti nobili, necessitava di persone altrettanto nobili e ambiziose. Di primo acchito, Lo Capo e Salaris avevano avuto tutt’altra sensazione, ma poteva essere semplicemente l’inganno della prima impressione. Almeno così speravano.

Eva si fermò a metà del corridoio che stavano percorrendo, all’altezza di una porta che recava scritto Direttore. Bussò. Una voce dall’interno rispose e li fece entrare.

«Salve» – disse il Direttore allungando la mano. «Sono Alberto Strusia».

«Salve, Direttore. Piacere. Sono il commissario Salaris e questi, al mio fianco, è il commissario Lo Capo».

Lo Capo fece un cenno di assenso con la testa, poi allungò la mano per salutare il Direttore. Lo guardava attentamente. Sembrava un segugio che annusava una traccia per trovare la strada giusta.

«Direttore, siamo qui perché questa mattina è stato ritrovato il corpo senza vita di un bambino alle porte di Torino, poi abbiamo saputo che due dei vostri ospiti sono scomparsi da due giorni…Insomma, dobbiamo appurare se si tratti o meno della stessa persona».

«Commissario, vede qui da noi, come può facilmente intuire, ci sono situazioni in alcuni casi davvero drammatiche e, rispondo già ad una vostra possibile domanda, se dovessi contattare per ogni presunta scomparsa le forze dell’ordine, non farei che farvi perdere tempo un giorno sì e l’altro pure. Di solito, inizio a preoccuparmi dopo le 48 ore. Passate queste, segnalo alle forze dell’ordine. Purtroppo i ragazzi, come Le dicevo, hanno un trascorso difficile e occorre tempo per ambientarsi in questo posto. Capita che sentano il bisogno di allontanarsi per un po’».

«Su questo poi ritorneremo. Ora vogliamo sapere i nomi dei bambini scomparsi ed è necessaria la sua presenza per un eventuale riconoscimento…».

«Pensate che il bambino scomparso sia quello ritrovato?» – chiese con un tono freddo e distaccato il Direttore.

«Potrebbe essere».

«Comunque, se non ci sono problemi, può venire Eva con voi. Io purtroppo ho diverse pratiche da sbrigare».

Il Direttore era un uomo sulla cinquantina, capelli brizzolati, un volto con contorni netti e precisi. Era vestito in modo impeccabile: un abito blu, con camicia bianca e cravatta dello stesso colore dell’abito. Il classico funzionario. Peccato che le sue pratiche avessero a che fare con persone. I suoi modi innervosirono non poco Salaris che alla sua richiesta rispose con un secco «No». Così la conversazione si concluse e Alberto Strusia fu costretto a seguire i due poliziotti. Uscendo si accorsero di Ettore che blaterava ancora, uscivano dalla sua bocca frasi sconnesse e con il suo sguardo torvo seguiva i passi del commissario. Era certamente una figura inquietante.

Dopo pochi minuti, giunsero alla macchina e si misero in marcia. Giunsero, poco dopo, all’obitorio dove era stato portato il bambino. Era presente Crasso che si era messo immediatamente al lavoro e aveva già alcune importanti informazioni. Salaris appena entrò fece segno di tacere. Crasso si accorse della presenza di un terzo uomo e capì. Il Direttore si avvicinò. Il suo atteggiamento di una insopportabile boria iniziò a cambiare: ad ogni passo Strusia mutava la sua espressione, il viso olivastro gradualmente divenne di un colorito pallido. Si riusciva a percepire la paura, il terrore dai suoi occhi, persino dalla sua pelle. Quando arrivò dinanzi al corpo senza vita del piccolo, ebbe quasi un mancamento.

«È lui» – disse con voce tremula – «il piccolo scomparso, Carlo».

Dopo quelle parole, Strusia si spostò immediatamente e si diresse senza quasi poggiare i piedi a terra verso il lavabo poco distante: non resse l’urto di quella terribile vista.

«Salaris» – disse Lo Capo – «le cose, come immaginavamo, si stanno complicando».

Poco dopo, i due tornarono in commissariato. Era ormai tardo pomeriggio, ma decisero comunque di restare lì per analizzare le informazioni che avevano ottenuto. Sul suo taccuino, Salaris aveva appuntato alcune parole:

  • Omicidio brutale. Violenza fisica. Sessuale?
  • Terriccio rosso sotto le scarpe
  • Indifferenza

Dopo l’incontro con il direttore dell’istituto, aveva aggiunto, sulla pagina successiva:

  • Orfano
  • Poca cura
  • Solitudine e sofferenza
  • Ettore

Salaris appuntava tutto ciò che gli sembrava essere importante per il caso. Per il commissario, l’indagine era porsi dinanzi al fatto e analizzarlo da molteplici prospettive tenendo conto sia degli aspetti comuni per l’indagine che di ciò che poteva apparire ai più secondario quali sentimenti, emozioni, impressioni.

Le analisi del medico legale, poi, accrescevano paurosamente le parole sulle pagine del taccuino: erano confermate le modalità dell’omicidio e il fatto che il piccolo Carlo fosse stato legato, presumibilmente su una sedia, per molto tempo. A ciò si aggiunsero altri due tasselli importanti. Il primo riguardava la violenza perpetrata: il piccolo aveva subito anche un abuso sessuale; il commissario era di fronte non solo ad un assassinio, ma anche ad un altro reato orribile come quello della pedofilia; il secondo tassello riguardava il terriccio rosso: si trattava di una polvere di ceramica di terracotta. Un indizio importante da seguire.

Prima di tornare a casa, Salaris diede a Grieco il compito di indagare su Ettore, l’uomo che li aveva accolti nella struttura. Certo, era – come aveva detto Eva – un uomo che aveva sofferto, che non aveva avuto una vita semplice, ma Salaris non voleva lasciare nulla al caso. Lo squilibrio riduceva la responsabilità delle azioni, ma le azioni restavano e spesso – come aveva detto Lo Capo dall’alto della sua esperienza – è proprio dallo squilibrio ad aprire la voragine dell’orrore.

Quando tornò nel suo appartamento, il commissario sentiva la stanchezza crescere nelle gambe. Era stata una giornata pesante. La scoperta della violenza sessuale lo colpì profondamente: la barbarie era cresciuta ulteriormente. Il suo sguardo era come perso in un terrificante incubo. Entrò e guardò, come sempre, la cassettina della posta. Trovò una lettera. Non era affrancata, quindi non del padre. La grafia sulla busta era gentile e leggera, pacata. Il commissario salì le scale, entrò nel suo appartamento e andò dritto alla scrivania. Seduto, aprì, con una leggera trepidazione, la lettera.

Ciao commissario,

ti scrivo dopo aver chiesto l’indirizzo all’agente Grieco. Spero non sia un problema. Come te, anch’io amo scrivere lettere. Prima di partire sono passata e ho lasciato questa nella tua cassettina.

La serata è stata davvero piacevole. Ho preso in libreria quel testo di cui parlavi. Se vuoi, quando ritornerò a Torino possiamo vederci per discuterne.

Ti lascio il mio indirizzo e il mio numero: Sara Terzi, via Cesare Beccaria, n. 12, Roma. 06 2345679.

A presto.

Salaris mise la lettera nel cassetto, poi si alzò con l’aria sognante di un bambino e andò a letto. La giornata si era conclusa con una piacevole sorpresa che, però, strideva terribilmente con tutto il resto. Tuttavia, il commissario non voleva lasciarsi andare e, in quel momento, pensò alle parole di Lo Capo:

Lavoriamo per salvare gli aspetti positivi.

E quello lo era sicuramente.

Giovanni Covino


<- – Capitolo VI

Capitolo VIII – ->


Lascia un commento



Segui il blog anche sulle maggiori piattaforme Podcast

Creato con WordPress

Giovanni Covino, autore e curatore del blog.