Corrispondenze. Le prime indagini del commissario Salaris, VIII

Una lacrima ha radici più profonde di un sorriso

Émil Cioran

VIII.

La mattina seguente in commissariato l’aria era tesa. Si respirava l’orrore del delitto perpetrato nella città. Grieco era pronto per condividere con il commissario ciò che aveva trovato sul conto di Ettore. Le cose non si mettevano per nulla bene per l’uomo. Nella sua permanenza nella struttura aveva mostrato spesso atteggiamenti ambigui nei confronti degli ospiti presenti e una certa ostilità per le figure responsabili dell’istituto.

«…fatta eccezione – continuò Grieco – per Eva. Con lei, a quanto pare, c’era un rapporto speciale. Era l’unica persona che riusciva a calmarlo».

«Che mi dice della sua malattia?».

«Sì, Ettore, è affetto da un disturbo bipolare e alterna momenti di lucidità a momenti di vero e proprio delirio che sfociano o, come mi ha detto il suo medico, sfociavano spesso in atti di violenza su se stesso e sugli altri. Da un paio d’anni, Ettore riesce a controllare le sue reazioni, diciamo così, estreme. L’idea dei medici che lo hanno in cura è quella di aumentare la socializzazione e vivere in una struttura come quella, sotto controllo, potrebbe aiutarlo nelle relazioni interpersonali».

«Eva ti ha detto qualcosa?».

«Formalmente mi ha confermato quanto detto dai medici».

«E informalmente?».

«Ieri sera, mi ha raccontato di alcuni screzi soprattutto con il Direttore. Quando sentiva il suo nome o lo vedeva iniziava a farfugliare…a dire frasi sconnesse…».

«Come quando siamo andati lì in struttura».

«Ottimo lavoro, Grieco».

Quel giorno e i successivi due furono pieni di lavoro. Salaris cercava di venir fuori da quella situazione ingarbugliata. Poche però erano le tracce da seguire.

L’indagine assorbì completamente il commissario e le ore di frenetica attività furono interrotte solo dalla visita di Sara che Salaris aveva chiamato la mattina dopo aver letto le sue parole e invitato lì a Torino per qualche giorno. Era un’amicizia che si stava approfondendo. Forse più di un’amicizia. Salaris ancora non lo sapeva. Ciò che sapeva è che Sara era una donna eccezionale: i suoi lineamenti gentili, il suo modo di parlare, la sua carnagione chiara, i capelli neri che scendevano sulle spalle con un movimento ondulato. Salaris la osservava e ascoltava. E lo stesso faceva Sara. I due colsero, sin dal primo incontro in quel pub, una certa affinità. E ora stavano conoscendosi, stavano approfondendo il loro rapporto. Nel parlare, Sara mostrava di avere già piena fiducia in Salaris: gli parlò non solo dei suoi interessi, ma anche dei suoi problemi e chiedeva consigli come se stesse parlando con un amico di vecchia data. Era una donna pacata, ma allo stesso tempo decisa. In alcune sue espressioni sembrava mostrare un tratto estremamente orgoglioso che gli fece venire in mente le parole che il nonno gli ripeteva un giorno sì e l’altro pure:

«Paoli’, ses tostorrúdu»

Tuttavia, Salaris comprendeva quella sua ostinazione e la sua rabbia. Gli aveva confidato di avere ricevuto nel suo recente passato numerosi torti e di non riuscire a perdonare. Era per lei una grande sofferenza.

La memoria e il perdono erano – e Sara lo sapeva bene – come due pezzi che combaciavano perfettamente ma che spesso non si incontravano nella sua vita: aveva cercato diverse volte, ma il rancore aveva così tanto avvelenato la sua anima da non riuscire a metterli insieme. La memoria non faceva altro che ripescare il male subito e non faceva che rimanere ferma a quel brutto capitolo. Forse, Salaris poteva aiutarla a voltare pagina e Sara, mostrandosi così aperta in così poco tempo, lo aveva capito.

Mentre pensava ai piacevoli giorni trascorsi in compagnia di Sara, il commissario, a tre giorni ormai dal ritrovamento del corpo, arrivò in centrale per riprendere in mano l’indagine che era pressoché in stallo. Salaris aveva poche cose in mano per la risoluzione di quel caso: l’unico indizio era quel terriccio rosso, quella polvere di ceramica. I controlli avevano condotto a diverse fabbriche della zona, ma non ci furono riscontri degni di nota. Salaris arrivò nel suo ufficio e si sedette, pensieroso. Le mani giunte e la testa appoggiata sugli indici. Avevano continuato ad indagare su Ettore. Un tentativo che si concluse con nulla di fatto.

Dopo una decina di minuti, andò da Grieco.

«Grieco, proviamo in altro modo. La nostra unica traccia è quella polvere rossa. I controlli delle fabbriche nei dintorni ancora in attività non hanno portato i frutti sperati. Muoviamoci diversamente. Proviamo con stabilimenti, edifici o altro ricollegabili alla lavorazione della ceramica…».

«Sì, commissario. Lo faccio subito».

Nel frattempo, Salaris chiamò Lo Capo, quel giorno assente per una rogna burocratica.

«Pronto, commissario».

«Senta: la situazione è allo stesso punto dell’ultimo nostro confronto. Non abbiamo nulla. Comunque, La chiamavo per chiederLe se conosce qualche vecchia fabbrica o edificio qualsiasi utilizzato per la lavorazione della ceramica».

«Sì, commissario, credo sia una buona strada».

«Le do il numero di un collega. Conosce il territorio alla perfezione. Forse potrà aiutarla».

«Grazie».

Comunicato il numero, Salaris andò da Grieco che, in quei giorni, aveva lasciato il gabbiotto all’ingresso ed era stato posto in un ufficio non lontano da quello del commissario. L’agente era impegnato nella sua ricerca: aveva dinanzi mappe della città e un numero incalcolabile di carte con su infiniti elenchi. Era in preda ad un febbricitante esame della documentazione e quasi non sentì la porta aprirsi.

«Grieco, ho sentito Lo Capo. Ho un numero di un collega che potrebbe aiutarci nella nostra ricerca. Chiamiamolo subito».

Salaris passò il bigliettino con il contatto all’agente che subito prese in mano la cornetta e compose il numero, poi passò l’apparecchio al commissario.

«Pronto, sì, sono Salaris…».

«Sì, esatto sono proprio io».

«Piacere mio. Senta chiamavo per avere alcune informazioni».

«Abbiamo bisogno di conoscere fabbriche o edifici utilizzati per la lavorazione della ceramiche…».

«Diciamo negli ultimi trent’anni».

«Perfetto. Grazie».

Riagganciato il commissario non disse nulla a Grieco, se non di aspettare la chiamata del collega, Roberto Corso. Dopo poco più di un’ora, Corso richiamò con poche, ma buone notizie. Era riuscito a trovare tre edifici e almeno due di questi potevano essere il luogo che cercavano. Era una pista debole, ma dovevano tentare.

Nel frattempo, Lo Capo era tornato in commissariato e Salaris lo aveva subito aggiornato della situazione. Insieme decisero di perlustrare il primo dei due edifici. Così salirono in auto e si recarono sul posto che diligentemente l’agente Grieco aveva cerchiato sulla pianta della città di Torino.

Quel pomeriggio era di un grigio plumbeo e la nebbia non si era ancora diradata del tutto. Come quel caso spinoso, anche il cielo sembrava vivesse in una sorta di limbo, un’attesa opprimente.

Salaris e Lo Capo arrivarono dinanzi ad un vecchio casolare: si trattava di una struttura risalente agli anni ’50 che, dal 1973 al 1985, era stato usata proprio per la lavorazione della ceramica. All’esterno si notavano chiaramente i segni dell’abbandono ed era avvolto da un’inquietante atmosfera.  Salaris scese dall’auto e, seguito da Lo Capo, s’incamminò verso l’ingresso. La campagna taceva. Non si sentiva alcun rumore se non lo scricchiolio delle foglie secche sotto i piedi e le gocce che cadevano dagli alberi zuppi di umidità e segnavano quasi i secondi che lenti passavano. Era come porre un piede in una zona di confine. In una sorta di terra di nessuno. Il portone che si presentò ai due era ampio e aveva, come molti casolari, sulla parte destra una porta più piccola con un grande lucchetto leggermente arrugginito. Lo aprirono, forzandolo. Entrarono.

L’aria che si respirava era pesante. Era come se la pressione del cielo grigio si fosse riversata tutta all’interno. E il buio rendeva ancora più insopportabile quella sensazione quasi fosse un enorme lenzuolo nero stretto intorno ai corpi di Salaris e Lo Capo. Era quasi palpabile. Accesero le torce e il velo dell’oscurità venne squarciato rivelando ai due un’ampia stanza destinata alla lavorazione della ceramica. Dalle dimensioni del forno, Salaris e Lo Capo capirono che si trattava di una piccola produzione. Forse un’impresa familiare. A destra e a sinistra dell’ingresso principale c’erano altre due porte che conducevano ad altre stanze. Salaris entrò in una di quelle. La luce spezzava le fitte tenebrose trame del locale e mostrava al commissario un ambiente diverso dal precedente. All’improvviso, mentre osservava la stanza, sentì provenire, dall’angolo opposto, un rumore cupo e inquietante che rassomigliava allo strascico di una catena. Salaris si girò di scatto e puntò la torcia verso il punto preciso da cui era provenuto quel rumore metallico. La luce rivelò al commissario la verità nascosta da quel mare di oscurità: era un bambino, sporco e ferito, ma – pensò immediatamente Salaris – fortunatamente ancora vivo. Il commissario gli si avvicinò e vide due grandi occhi pieni di lacrime e paura. Il volto tumefatto e sudicio. Visibilmente malnutrito. I polsi erano stretti da catene di ferro che avevano provocato lividi simili a quelli osservati sul corpicino di Carlo.

«Come ti chiami?» – chiese con voce calda e gentile Salaris. Il piccolo non rispondeva, comprensibilmente impaurito. «Non aver paura – continuò il commissario – sono della polizia. Sei in salvo. Allora, dimmi, come ti chiami?».

Con la voce rotta e con le lacrime che ancora gli solcavano il viso, disse: «…Michele».

«Ciao, Michele. Io mi chiamo Paolo. Sono un commissario di polizia».

In quel momento, Lo Capo, che stava perlustrando l’altra stanza, chiamò Salaris.

«Michele, ora chiamo un altro agente che verrà qui e sarà con te fin quando non arriveranno i medici. Va bene?».

Il piccolo fece un cenno di assenso con la testa. Salaris tolse le catene che stringevano i polsi di Michele, si alzò e, dopo l’arrivo di Grieco, rimasto fuori in attesa di ordini, andò immediatamente da Lo Capo. Entrò nell’altra stanza e ciò che vide fu un altro raccapricciante spettacolo.

Giovanni Covino


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Giovanni Covino, autore e curatore del blog.