Una lacrima ha radici più profonde di un sorriso
Émil Cioran
IX.
La donna penzolava dalla trave di legno. Gli occhi vitrei raccontavano ancora il tormento degli attimi che avevano preceduto il sonno della morte.
Fuori, la nebbia diveniva più fitta e avvolgeva gli alberi, le terre e le case, pochissime, della campagna torinese che aveva ospitato quell’orrore.
Con estremo tatto, il corpo venne posto sul pavimento, Crasso, giunto sul posto poco prima con altri medici che nel frattempo stavano soccorrendo il piccolo Michele, le tolse delicatamente la corda che aveva al collo e che aveva tolto lentamente, inesorabilmente e crudelmente la vita dal suo corpo. Il medico guardava attentamente il corpo e comprese immediatamente che si trattava di un altro omicidio.
«Salaris, la donna è stata uccisa» – disse con voce ferma e dura. «Vede questi segni? L’assassino ha tentato di inscenare questo suicidio, ma forse la fretta lo ha tradito: sono segni che indicano che la corda è stata posta e stretta da un’altra mano…Poi…».
«…ci sono i segni sulla bocca» – intervenne Salaris, interrompendo l’analisi di Crasso.
«Esatto, i segni sulla bocca sono di un nastro che è stato strappato via dopo la morte».
Salaris rifletteva in silenzio. La situazione era diventata ancora più complessa. Avevano trovato la casa che cercavano, ma l’omicidio poteva dire solo una cosa: l’assassino non è più in zona. Si è liberato, per qualche ragione, della donna per allontanarsi il più possibile. Il commissario chiamo Grieco.
«Senta: dobbiamo scoprire prima possibile la sua identità, poi indaghi per aver un quadro delle sue amicizie, frequentazioni ecc.».
Grieco annuì, mentre guardava con occhi sgranati la donna. Per il giovane agente, il lavoro sul campo era stata una scoperta terribile che aveva smorzato, anzi distrutto l’entusiasmo iniziale. Aveva dinanzi agli occhi le immagini di due omicidi e il volto smarrito di un bambino di 12 anni.
«Grieco – disse Salaris – mi ha sentito, vero?».
«Sì, sì, commissario. Mi metto subito al lavoro».
«Nella fretta, l’assassino non ha controllato le tasche della vittima. Ecco un suo documento. Vada immediatamente in centrale. Lo Capo ed io torneremo con un’altra volante».
«Vado subito».
Dopo aver perlustrato nuovamente i locali, Salaris e Lo Capo tornarono in commissariato. Entrarono in quello che era, ancora per poco, il loro ufficio. Erano giunti quasi alla fine dell’indagine e sentivano già in gola l’amaro della sconfitta. Entrambi vivevano la risoluzione di un caso in modo quasi personale: avevano visto il male compiersi sotto i loro occhi, anime smarrire la loro innocenza e altre ancora perdere la loro vita.
Erano felici di aver salvato Michele, certo, ma nell’aria si respirava comunque la tristezza, la malinconia e, persino, l’angoscia.
Quel caso esalava un puzzo nauseante, come un corpo in putrefazione. E questo mentre il mondo fuori continuava a girare, quasi inconsapevole della violenza, del pericolo, del male che ancora si aggirava.
Grieco, entrando nell’ufficio, portò al commissario il frutto delle sue ricerche sulla donna. Aveva appuntato sul taccuino le poche notizie trovate:
Marina Gentile, di anni 35. Nubile. Lavorava come parrucchiera in un salone della periferia di Torino da 2 anni. Abita nel quartiere Borgata Sassi, via Cafasso 12.
Era un bottino povero, certo. L’unica cosa che Salaris poteva fare a quel punto era indagare nel cerchio delle sue amicizie e fare qualche domanda ai suoi colleghi.
Giovanni Covino
Capitolo X – ->



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