Corrispondenze. Le prime indagini del commissario Salaris, X

Una lacrima ha radici più profonde di un sorriso

Émil Cioran

X.

Il tardo pomeriggio del giorno dopo, il commissario era dinanzi all’ultima tessera del domino, ultimo effetto di un gioco demoniaco: la donna era stata tradita dalla sua anima, da quel nobile sentimento che bussava alla porta della sua coscienza. Nessuna aveva sentito parlare di un uomo nella vita di Marina, che appariva a tutti donna equilibrata e discreta. Nessuno aveva mai visto qualcuno accompagnarla. La donna forse era stata ingannata e usata dal suo assassino, fin quando, forse, una delle sere precedenti, guardando il cielo di notte sentì che qualcosa non andava come doveva e nel suo cuore, forse, sentì ridestarsi lo stupore per quello che il comune sentire chiamava senso morale. Un ridestarsi che le è costato la vita, una vita tolta dall’uomo che pensava di conoscere e che, persino, pensava di amare. Forse.

Salaris era lì immobile dinanzi ad un uomo che aveva compiuto delitti orribili, ma che non aveva ancora un volto. Non c’erano parole per descrivere la frustrazione per non aver messo un punto definitivo all’indagine. Era come quei «forse» che aprivano o chiudevano i suoi pensieri. Poi uscì dai suoi pensieri e vide l’ex commissario prendere le ultime cose dal suo ufficio.

«Commissario, chi è il giovane nel ritratto?» – chiese Salaris, mentre Lo Capo stava lasciando per sempre il suo ufficio con le poche cose messe in una piccola cassettina.

«Lui?» – chiese indicando il ritratto con un dito. «Lui è il giudice Rosario Livatino. È stato assassinato nel 1990» – rispose. «Dobbiamo sempre avere dinanzi esempi di uomini forti con grandi idee. Noi tutti sbagliamo, ma non dobbiamo lasciare prevalere il male in noi. La profondità abissale della malvagità che, talvolta, avvolge il cuore umano spaventa, ma bisogna sempre ricominciare e non stancarci mai di fare il bene[1] . Anche perché il bene, quello vero, non è mai perso, resiste al tempo. Il bene vero ha in sé un seme di eternità».

Salaris semplicemente annuì. In quel momento decise di lasciare quei ritratti dov’erano stati posti dall’integerrimo commissario Lo Capo.

Era ormai sera.

Salaris si alzò e uscì dal commissariato dopo aver salutato Lo Capo. Arrivò dinanzi al suo palazzo. Dopo la fine del suo primo caso da commissario, non voleva far altro che sedersi e rilassarsi, sorseggiando un bicchiere del solito Barolo e leggere qualche pagina del suo nuovo libro. Quando varcò l’ingresso, controllò come ogni giorno la cassettina della posta. C’era una lettera. «Sicuramente la risposta di papà» – pensò Salaris. La prese. Salì le due rampe di scale. Come da programma, versò un po’ di vino e si sedette sulla sua piccola poltrona dinanzi alla finestra. Aprì la lettera.

Caro Paolo,

ho avuto solo ora, dopo qualche giorno, la possibilità di sedermi e leggere attentamente la tua ultima. Quello che scrivi lo comprendo bene. Il perdono è importante. Non è facile, ma permette di focalizzarsi sul presente e di guardare al dopo. Non è come dire “non pensarci più”, ma è salvare il futuro sanando il passato. Bisogna lasciare andare la rabbia, il rancore. Sono la morte dell’anima, quando l’intelligenza non li guida. Per questo la donna di cui mi parli ha bisogno di questo: capire la forza di questo atto.

Salaris alzava di tanto in tanto lo sguardo e osservava, dalla finestra del suo piccolo appartamento, la sua nuova città che invitava, lentamente, la notte ad entrare e prendere possesso delle sue strade. Rifletteva sulle parole che il padre aveva scritto. Era sempre stato un punto di riferimento per lui. I suoi insegnamenti, anche se difficili, erano così pieni di vita: erano parole frutto non solo di un’attenta e pacata riflessione, ma che sgorgavano dall’esperienza stessa, dalla custodia della memoria, dalle cicatrici del cuore e della mente.

Perciò ti dico: sostieni – senza essere troppo pesante – questa tua amica (anche se mi pare di capire ci sia altro tra voi, ma di questo parleremo al tuo ritorno), aiutala a comprendere la natura dei suoi sentimenti, a non cedere alla rabbia, aiutala a trovare un posto per la giustizia.

In fondo perdonare è anche questo: ristabilire un ordine infranto, ricucire uno strappo, curare una ferita. Non scompare, ma è proprio in questa sua presenza altra il prezioso frutto.

Quando subiamo il male, caro Paolo, dinanzi a noi si aprono due strade: la prima ci porta a subirlo con la rabbia, la seconda ad elevarlo con il perdono.

Ora ti saluto e ti lascio, nella speranza di sentirti presto e, soprattutto, di vederti presto.

A presto.

Papà.

P.s.: non dimenticare che occorre sempre curare il proprio spazio. Non bisogna farsi assorbire dagli accadimenti. Puntare sempre in alto, anche se costa fatica. Agostino scriveva:

“Tu devi essere riempito dal bene, e quindi devi liberarti dal male. Supponi che Dio voglia riempirti di miele? Se sei pieno di aceto, dove metterai il miele? Bisogna liberare il vaso da quello che conteneva, anzi occorre pulirlo[2] ”.

Suo padre terminava sempre le sue lettere con una citazione. Una specie di sintesi di quello che aveva scritto, un modo per aggiungere qualche strumento alla cassetta degli attrezzi e affrontare così le fatiche del mondo. Salaris sorrise leggendola. Piegò la lettera e la mise nel cassetto della sua scrivania. Poi prese un altro foglio, la solita penna e cominciò a scrivere:

Cara Sara…

Giovanni Covino


<- – Capitolo IX


Note al testo

[1] Espressione che richiama un testo di san Paolo: cfr. Lettera ai Gàlati, 6, 9.

[2] Agostino, Commento alla prima lettera di Giovanni, 4, 6


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Giovanni Covino, autore e curatore del blog.