Un mistero da risolvere, un capolavoro scomparso, un investigatore d’eccezione. Briciole Filosofiche e Club Theologicum presentano un nuovo giallo estivo ispirato a uno degli episodi più affascinanti della storia dell’arte: il furto del celebre dipinto “San Girolamo scrivente” di Caravaggio.
Chi ha osato trafugare il capolavoro? Quali interessi si nascondono dietro la sua scomparsa? E come riuscirà Zerafa a risolvere un enigma che sembra senza soluzione? Chi sosterrà il frate?
L’estate del mistero è cominciata.
Se non hai letto il primo capitolo, clicca qui: Caravaggio, 1. Ombre su San Giovanni.
Gli Autori
Il respiro diventava sempre più affannoso. Caravaggio correva nella penombra dei vicoli di Malta cercando di seminare l’uomo che lo aveva poco prima colpito. Stringeva la sua ultima tela, mentre di tanto in tanto i suoi occhi cercavano di penetrare le tenebre alla ricerca della minaccia. Lo aveva seminato, pensò per un attimo, mentre cercava, spalle al muro, di recuperare il fiato.
Aprì la tela e fissò il teschio che aveva dipinto qualche giorno prima.
Il respiro divenne più regolare. Guardò di nuovo a destra e a sinistra, poi si allontanò. Girò l’angolo e il volto di un uomo con un enorme cicatrice che partiva dal sopracciglio destro e terminava al mento, venne illuminato dalla luce fioca di una torcia. Lo sguardo minacciosa non lasciava adito ad alcun dubbio. Era lì anche lui per la tela.
“No – disse Caravaggio, con voce decisa – non posso permetterlo.”
L’uomo sorrise, mentre il coltello volteggiava nell’aria, tracciando linee minacciose. Gli occhi di Caravaggio ne seguivano i tenui riflessi. Un respiro profondo, poi fece la sua mossa, ma l’altro fu più rapido: la lama affondò nello stomaco dell’artista. Un gemito, poi si accasciò. Lasciò cadere la tela che fino a quel momento aveva stretto gelosamente nelle sue mani. L’uomo la raccolse, poi si dileguò nell’ombra e nel silenzio di Malta.
Nel mentre, Caravaggio cercava, con le sue mani ormai vuote, di trattenere il sangue e con uno sforzo immane barcollò fino alle soglie di un grosso portone di una stradina accanto al porto: con le sue ultime forze picchiò sul vecchio legno ormai stinto dai raggi del sole. Passarono pochi, ma interminabili minuti, e il portone si aprì.
“Padre”, disse Caravaggio, con una flebile voce, “ho bisogno di aiuto”.
In quel momento, si accasciò. Il sacerdote lo sostenne e chiese: “Cosa è successo?”
“Padre, il mio…”, un getto di sangue fuoriuscì dalla bocca.
“Cosa?”
“San Girolamo…San Girolamo”, disse con una voce flebile.
In quel momento, l’uomo esalò il suo ultimo respiro.
Il sacerdote compì l’ultimo gesto di misericordia per accompagnare l’anima di quell’uomo dianzi al giudizio di Dio. Poggiò il corpo a terra.
Nello stesso istante, sentì un rumore provenire poco più in là. Si alzò e, con passo felpato, si incamminò verso il crocicchio della via. Fu un attimo, e dinanzi si levò un individuo alto e robusto, con in mano un coltello. L’uomo alzò la mano e il sacerdote emise un grido quasi strozzato…
“Nooooo”, urlò.
Zerafa, madido di sudore, si alzò di scatto dal letto. Un altro incubo: la morte di Caravaggio aveva scosso il religioso nel profondo. Da settimane, la sua mente non trovava pace: il furto del San Girolamo scrivente era una ferita aperta. E ogni notte, il fantasma del pittore lo visitava. Ombre, proiettate sui muri dell’Oratorio, disegnavano inquietanti e loschi figuri o, come quella notte, tragiche vicende riempivano le sue notti.
Si alzò, aprì la finestra.
L’alba maltese tingeva il mare di un colore tra il rame e il piombo. L’aria, di sale e di calda pietra, investì Zerafa che, immediatamente, rivolse gli occhi verso il cielo, poi si inginocchiò e salutò il Signore con la preghiera del mattino.

Poco dopo, si vestì, indossando l’abito di san Domenico con la consueta solennità e decise di scendere per fare due passi e raggiungere il lungomare. Avrebbe atteso lì l’ora dell’incontro.
I pensieri si affacciavano sempre più scuri alla finestra della sua coscienza tormentata ancora dal sogno. Camminava sgranando, come al solito, il rosario. Poco più in là, lungo la scogliera, le onde si infrangevano con regolarità quasi monastica: ogni colpo d’acqua pareva porre una domanda, ogni risacca sembrava essere una risposta. Pensava a Caravaggio, alla sua vita, al coltello che volteggiava così realisticamente nel suo incubo, ma soprattutto pensava alla richiesta di aiuto finale. Al volto terribile di quell’uomo che stava per colpire anche lui.
Si fermò, guardando l’orizzonte, mentre la mente era divisa tra il Girolamo e la contemplazione del terzo mistero della gioia.
Quel mare, il mare che si stendeva a perdita d’occhio, era lo stesso che Caravaggio aveva solcato nel 1608, in fuga da Roma, con una pesante condanna sulle spalle. Forse anche allora la superficie era calma come quella mattina: ma quale inquieto movimento nascondevano quelle acque?
Profondamente inquiete come inquieto era il cuore dell’uomo Caravaggio e come inquieto era ora il cuore di Zerafa.
“La grazia e il peccato”, rifletté Zerafa, iniziando un nuovo Pater, “due rive dello stesso mare. E noi in mezzo…nel Tormento”.
Il vento si alzò, portando con sé l’odore di alghe tipico delle zone di mare. Zerafa si voltò al rintocco della campana: una figura in abiti civili lo stava aspettando, puntuale, al margine del molo. Un dossier stretto sotto il braccio.
“Padre Zerafa, buongiorno”, disse l’uomo che si era nel frattempo avvicinato.
“Salve ispettore. Come sta?”.
“Bene, Padre” disse l’uomo, porgendogli la mano. “Ho chiesto di incontrarla perché ci sono sviluppi… sul Caravaggio.”
Il sacerdote lo fissò, cercando negli occhi di quell’uomo una traccia di speranza.
“Finalmente”, rispose.
“Non voglio illuderla, ma forse il fantasma comincia a parlare”.
E insieme, senza più dire nulla, si incamminarono verso il centro della città, mentre il sole saliva e la pietra dorata di La Valletta si accendeva di una luce antica e sempre nuova.
I due, con passo lento ma deciso, andarono verso la piazza principale della città. Scelsero il solito Café e si accomodarono. Ordinarono la colazione.
“Padre”, disse l’ispettore con voce amichevole, “non ha dormito neanche stanotte”, notando l’aria stanca di Zerafa.
“Caro Borg, un altro incubo”.
“Immaginavo. So che per lei è molto dura, ma deve resistere. Con le sue informazioni stiamo facendo progressi nelle indagini”.
“Sì, sì”, disse distrattamente Zerafa che cercava in una delle sue tasche qualcosa. “Ecco”, e tirò fuori una lettera.
“Ha ricevuto un’altra lettera?”
“Sì, proprio ieri. Forse è stata questa la ragione del mio incubo. Prego, legga pure”.
Giovanni Covino – Briciole Filosofiche
Fr Gabriele Scardocci OP – ClubTheologicum
Clicca qui per il capitolo terzo: Caravaggio, 3. La lettera
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