Caravaggio, 3. La lettera

Un mistero da risolvere, un capolavoro scomparso, un investigatore d’eccezione. Briciole Filosofiche e Club Theologicum presentano un nuovo giallo estivo ispirato a uno degli episodi più affascinanti della storia dell’arte: il furto del celebre dipinto “San Girolamo scrivente” di Caravaggio.

Chi ha osato trafugare il capolavoro? Quali interessi si nascondono dietro la sua scomparsa? E come riuscirà Zerafa a risolvere un enigma che sembra senza soluzione? Chi sosterrà il frate?

L’estate del mistero è cominciata.

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Gli Autori


Zerafa passò la lettera all’ispettore, ma la mente era ancora inchiodata alle parole che, come un marchio a fuoco, si erano impresse nel suo pensiero il giorno prima.

Da quando il San Girolamo era scomparso, la sua vita era stata misurata dall’arrivo di lettere, buste e attese. Dopo la prima richiesta di riscatto, arrivata nell’estate dell’85, ne erano giunte altre tre, con una puntualità che sembrava studiata deliberatamente per logorare la sua anima, per consumare la sua pazienza, per piegare la sua forza.

Tutte uguali. Fredde nella lora impersonale presenza, scritte con una mano che non tremava. Sempre lo stesso messaggio, asciutto e terribile nella sua semplicità:

“Abbiamo il dipinto. Deve pagare.”

Nulla più.

Nessuna minaccia esplicita, nessuna parola superflua. Forse era proprio per questo che ogni lettera pesava più della precedente. Quel silenzio che seguiva la frase sembrava un vuoto in cui la voce dei ladri scompariva lasciando nella mente di Zerafa la stessa immagine di vuoto della parete dell’Oratorio. Eppure, questa volta, qualcosa era cambiato. La missiva, datata 10 giugno 1986, aveva un tono diverso. Era un linguaggio che non chiedeva più: pretendeva. Un tono minaccioso, almeno così sembrava, accompagnava ogni sillaba.

Zerafa aveva percepito che il gioco non era più lo stesso. Le cose stavano cambiando.

Anche le due telefonate anonime ricevute nelle settimane precedenti – voci filtrate da un rumore metallico, forse una cabina – non avevano quella durezza. Quelle voci, almeno, sembravano conservare qualcosa di umano, una tensione di chi cerca un compromesso.

Questa lettera, invece, non parlava: sentenziava.

E per la prima volta, Zerafa pensò che i ladri potessero davvero farlo: distruggere l’opera.

Non sapeva cosa fosse meglio: il logorio delle poche parole delle prime lettere o la minaccia esplicita dell’ultima missiva.

Borg prese la lettera e la sua mano tradì un certo nervosismo.

La aprì e cominciò a leggere.

L’ispettore alzò lo sguardo e incrociò gli occhi di Zerafa. Notò un velo di disperazione nell’espressione del religioso. Sapeva quanto importante fosse quel dipinto e quanta fatica stesse facendo.

“La preoccupa?”.

“Sì, sembra diversa dalle altre”.

“È normale, padre, in questo genere di trattative”.

“Ciò che mi preoccupa è il cambiamento. Per due anni una sola richiesta. Ora questa lettera…non so…mi lascia perplesso”.

“Padre Zerafa, la mia idea è questa: i ladri hanno voluto mantenere un contatto in questi due anni, sapendo quanto sia importante il dipinto e sapendo, soprattutto, quanto sia importante per lei. Ma per prima cosa dovevano avere la certezza di poter parlare con lei”, disse l’ispettore, alzando il tono sulla parola certezza. “Secondo me, questa lettera dimostra che i ladri non sanno cosa effettivamente stiamo facendo. Sono convinti di aver a che fare con una persona, mi conceda il termine, sempliciotta, una persona pronta a pagare…E questo”, concluse Borg, “è per noi un bene. Anzi, devono continuare a pensarlo”.

Zerafa inarcò le sopracciglia, lo sguardo velato da una perplessità appena accennata, poi parlò con voce misurata: “Ma cosa voleva dirmi? L’ho interrotta prima…per darle la lettera”.

“Beh…si collega a quello che le dicevo. Grazie al suo lavoro, abbiamo scoperto che i ladri la stanno contattando dall’isola. Sono qui, siamo sulle loro tracce. Naturalmente, questo non ci fornisce alcuna certezza sul dipinto… intendo, sul luogo in cui potrebbe trovarsi, ma è qualcosa… una pista concreta, per quanto sottile”.

Un leggero sorriso si disegnò sul volto di Zerafa, appena percettibile, come il timido spuntare di un raggio di sole tra le nuvole che aveva lasciato poco prima della tempesta: “Ne sono lieto”, disse, con un tono che tradiva una speranza. Poi, come richiamato da un dovere imminente, aggiunse: “Ispettore, devo ritornare”.

“Certo, padre. Anch’io devo rientrare in commissariato. La lettera, se lei è d’accordo, la terremo noi.”

“Naturalmente,” rispose Zerafa, con un cenno del capo, quasi a sigillare un patto silenzioso.

“Potremmo riuscire a scovare qualche altro indizio,” continuò Borg, con cauta determinazione. “Lei, comunque, mi tenga aggiornato su qualsiasi novità”.

Zerafa si alzò lentamente, con la compostezza e la solennità di chi è abituato a pesare ogni gesto. Stringendo la mano dell’ispettore con il consueto calore, trasmise più di quanto le parole potessero dire: la fiducia, il rispetto e il tacito riconoscimento di un legame per la risoluzione del caso. Ormai, i due formavano una squadra affiatata. Zerafa era diventato una pedina essenziale per le indagini di Borg. Un alleato fuori dagli schemi: non era certamente come voleva la prassi, ma il commissario aveva intuito la necessità di fare del religioso domenicano il centro del piano, lasciandogli spazi di autonomia importanti. Solo in quel modo, il dipinto avrebbe potuto avere una possibilità.

“Allora, a presto, ispettore”, disse Zerafa sorridendo.

Mentre il religioso si allontanava, Borg rimase a osservarlo un attimo: in quell’alleanza inattesa, poco conforme alle regole, sentiva risiedere l’unica chiave per risolvere il mistero del dipinto scomparso.

Il vento portava con sé un profumo di mare e sale, e, lontana, una speranza: i pezzi del puzzle cominciavano a combaciare.

Borg, con un passo lento e riflessivo, s’incamminò verso il commissariato. Vedeva, in quella situazione così intricata, il suo pensiero sulla bellezza, sulla vita in genere, cambiare: il freddo e indifferente Borg stava lasciando, giorno dopo giorno, il posto ad una persona nuova o forse stava solo conoscendo meglio se stesso. Si fermò. Riaccese il suo sigaro e pensò al primo incontro con Zerafa.

Le parole del padre domenicano furono una specie di folgorazione: “Non è solo un quadro, è l’espressione di un’anima che cerca Dio”. Borg ricordava finanche il suono di quelle parole: una solennità che non aveva mai sentito prima. Ricordò di aver farfugliato poche parole prive di senso e che, con un candido sorriso, Zerafa aveva risposto “di essere a sua completa disposizione”. Quell’incontro fu il primo di una lunga serie, fu il primo incontro che sigillò un patto e diede vita ad un rapporto che si era trasformato pian piano in amicizia e come tutte le vere amicizie anche quella aveva come suo primo e ultimo fondamento il vero.

Borg era un uomo inquieto. La vita non era stata affatto gentile con lui. Questo lo aveva reso un uomo apparentemente rude. Zerafa, però, aveva trovato una chiave e questa chiave era la bellezza.

“Ispettore, ispettore”, disse un agente, interrompendo il movimento della memoria.

“Sì, mi dica”, disse Borg che senza nemmeno accorgersene era giunto in commissariato.

“Abbiamo appena ricevuto una segnalazione: è stato ritrovato un corpo, un uomo sui cinquant’anni assassinato brutalmente nella sua casa”.

Borg buttò a terra il sigaro. Un altro squarcio nella tela della vita doveva essere, per quanto possibile, ricucito.

Giovanni CovinoBriciole Filosofiche

Fr Gabriele Scardocci OPClubTheologicum


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Giovanni Covino, autore e curatore del blog.