Gioco di bimba. Un’indagine di Renato Caccioppoli, I, 1

Don Savino Coronato[1], con passo svelto, percorreva via Mezzocannone. Il respiro diventava sempre più affannoso, mentre l’immagine della donna tornava e ritornava, fissandosi come un marchio a fuoco nella sua mente. Una serie di istantanee che descrivevano ora il volto sfigurato, ora le pareti imbrattate, ora la stanza a soqquadro.

La luna illuminava il centro storico di Napoli e una leggera brezza rinfrescava l’estate. Da uno dei vicoli giungeva la voce di un vecchio che con la chitarra, fedele testimone dei suoi anni, cantava:

Comm’è bella ‘a muntagna stanotte,
bella accussí, nun ll’aggio vista maje!
N’ánema pare, rassignata e stanca,
sott”a cuperta ‘e chesta luna janca
[2].

La straziante melodia accompagnava l’angoscia del povero sacerdote che, tenendo leggermente alzato il suo abito per non inciampare, aveva nel frattempo cominciato a correre. In lontananza, riusciva ancora a cogliere le parole del vecchio:

Tu ca nun chiagne e chiágnere mme faje,
tu, stanotte, addó’ staje?
Voglio a te!
Voglio a te!
Chist’uocchie te vonno,
n’ata vota, vedé!
[3]

Quando svoltò l’angolo, della melodia non rimase più nulla se non il dolore del pianto di quella lirica che sembrava tradurre, nel cuore del sacerdote, il dolore impresso sul volto sfigurato della donna. Don Savino si segnò devotamente passando dinanzi a San Domenico e continuò la sua corsa.

Poco dopo, giunse dinanzi ad un grande portone di un marrone scuro ed elegante, e con tutte le sue forze, cercando al tempo stesso di riprendere fiato, lo colpì con un pugno e dopo un altro grande respirò, urlò:

«Professore, professore» – mentre batteva nuovamente il pugno sul legno scuro.

Non passò molto. Dal balcone apparve in vestaglia una figura esile, le guance scavate, gli occhi incavati, i capelli arruffati. Nella mano destra una sigaretta, nella sinistra un foglio.

«Don Savino, cosa succede? Che avete?».

«Professore, scusate se vengo a distrubarvi a quest’ora, ma devo parlarvi – disse il sacerdote cercando di riprendere fiato – devo parlarvi immediatamente».

Conoscendo molto bene don Savino, il professor Renato Caccioppoli non esitò a rientrare in casa e a scendere immediatamente al piano di sotto per aprire la porta a quello che sembrava un uomo in preda al terrore. Sapeva che il sacerdote era di indole mite e garbata: non gli aveva mai sentito pronunciare una parola fuori posto, sempre misurato, sempre attento a evitare ogni eccesso. Agli occhi del matematico, don Savino incarnava una sobrietà autentica, perfettamente conforme all’altezza della sua vocazione.

Aprendo il grande portone, Caccioppoli vide la paura e la disperazione sul volto e venir fuori dagli occhi dell’uomo, gocce di sudore scendevano dalla fronte e andavano copiose a solcare il viso e il collo.

«Venite, Don Savino, entrate» – disse Renato.

Giovanni Covino


Note al testo

Se non hai letto la Nota introduttiva clicca qui.

[1] Don Savino Coronato è una figura realmente esistita. È stato l’assistente di Renato Caccioppoli. In questo racconto svolgerà la stessa funzione, ma per risolvere ben altro mistero.

[2] Questi versi appartengono alla celebre canzone classica napoletana Tu ca nun chiagne, scritta nel 1915 dal Libero Bovio e musicata da Ernesto De Curtis.

[3] Vedi nota 2.

Risposta

  1. Avatar Gioco di bimba. Un’indagine di Renato Caccioppoli, nota introduttiva – Briciole filosofiche

Lascia un commento



Segui il blog anche sulle maggiori piattaforme Podcast

Creato con WordPress

Giovanni Covino, autore e curatore del blog.