Gioco di bimba. Un’indagine di Renato Caccioppoli, II, 2

Renato Caccioppoli (1904–1959) è stato uno dei matematici italiani più brillanti e, allo stesso tempo, più enigmatici del Novecento. Napoletano di nascita, Caccioppoli si distinse per le sue straordinarie capacità logiche e per le sue geniali intuizioni… continua per la Nota introduttiva.

Se non hai letto la nota introduttiva e il primo capitolo, segui i link:


Quando giunsero nel piccolo appartamento, Caccioppoli non riuscì a trattenere le lacrime.

Silvia giaceva supina sul pavimento, accanto a un tavolino ingombro di fogli ricoperti da appunti, formule e calcoli vergati con quella grafia veloce che il professore conosceva bene. Un sottile rivolo di sangue, partito dalla fronte, aveva attraversato la tempia fino a impregnare il tappeto. Sulla parete alcuni schizzi scuri testimoniavano la violenza dello sparo. Gli occhi erano spalancati, terribilmente vuoti, privi di quella luce curiosa che aveva animato tante discussioni durante le lezioni. La dolcezza dei lineamenti, che le conferiva un’aria quasi infantile, era stata cancellata dall’orrore.

Per un istante il professore abbassò lo sguardo. Nella sua mente la scena si ricostruiva da sola: il litigio, la paura, un braccio che si solleva, la canna della pistola puntata al volto, il dito che preme sul grilletto. Lo sparo riecheggiò nella sua immaginazione.

«Professore…».

La voce di don Savino lo riportò alla realtà.

«Cosa cerchiamo?».

Caccioppoli inspirò profondamente. Si asciugò gli occhi con il dorso della mano e osservò la stanza. Sedie spostate, una lampada rovesciata, alcuni libri sparsi sul pavimento. Tutto faceva pensare ad una discussione degenerata all’improvviso. Il suo sguardo si fermò sulla libreria.

«Credo che abbiate ragione, padre» disse sottovoce. «Il destinatario del messaggio sono io».

Don Savino rimase in silenzio, poi domandò:

«Perché Silvia?».

Caccioppoli scosse lentamente il capo.

«Non lo so. Ma sono convinto di una cosa» – disse, estraendo dalla tasca il foglio che gli aveva consegnato poco prima.

Don Savino osservò il foglio, poi disse: «Allora non possiamo perdere altro tempo».

«No. Da questo momento non possiamo più muoverci da soli. Chiami immediatamente il commissario Ferri. Gli racconteremo tutto.»

Pochi minuti dopo, il silenzio surreale del vicolo fu rotto dal suono delle sirene. Due volanti si fermarono davanti al palazzo. Gli agenti delimitarono rapidamente l’area, mentre altri salivano le scale seguendo il commissario Ferri. Caccioppoli rimase accanto alla finestra e stringeva tra le mani il foglio lasciato da Silvia. La brezza della sera faceva oscillare appena la tenda, mentre un orologio scandiva i minuti…

«I rilievi sono terminati» – disse il commissario Lorenzo Ferri, rivolgendosi a Caccioppoli.

«Mi dispiace, professore.»

Caccioppoli annuì.

«Abbiamo recuperato il bossolo vicino alla finestra. Pistola di piccolo calibro. Nessun segno di effrazione».

«Quindi Silvia conosceva il suo assassino».

«È l’ipotesi più probabile».

Ferri indicò il foglio.

«Prima mi parlavate di un messaggio».

Il professore gli porse il foglio.

«Questo non è un semplice appunto»

Il commissario lo osservò e chiese: «Perché?»

«Perché Silvia non commetteva errori di questo tipo».

Indicò una delle sequenze numeriche.

«Guardi qui».

Ferri seguì il dito.

«Quel venti» – disse il commissario.

«Esatto. Doveva esserci ventuno.»

«Ne è certo?»

«Assolutamente. Non avrebbe potuto commettere un errore in un passaggio tanto elementare».

«Quindi è un errore volontario».

«Sì».

Il commissario rimase qualche secondo a riflettere.

«E il ventuno cosa rappresenterebbe?».

«Secondo me, una pagina».

«Di quale libro?».

Fu allora che Caccioppoli si voltò verso la libreria. Rimase immobile.

«C’è qualcosa che non va?» – chiese Ferri.

Il professore si avvicinò lentamente agli scaffali. Passò le dita sui dorsi dei volumi. Analisi matematica. Topologia. Teoria dei gruppi. Filosofia della scienza. Tutti disposti con il consueto ordine, quasi ossessivo.

«Silvia era precisissima» – mormorò. «Non metteva mai un libro fuori posto».

Continuò ad osservare, poi notò uno spazio vuoto. Pochi centimetri appena. Sarebbe passato inosservato a chiunque. Ma non a lui.

«Eccolo.»

«Che cosa ha trovato?» – domandò Ferri.

«Non “cosa c’è” – disse, indicando lo spazio vuoto – ma “cosa non c’è?”. Questa è la domanda».

Gli agenti si avvicinarono, seguendo Ferri. Don Savino era lì attento ad ogni piccolo movimento.

«Qui c’era un volume, sottile, ma c’era qualcosa»

«Ne è sicuro?»

Caccioppoli annuì. Don Savino si avvicinò.

«Quale libro?»

«Secondo me, è il trattato sul calcolo delle variazioni. Quello che le regalai».

Il commissario corrugò la fronte.

«Come fa a esserne così certo?».

«Perché Silvia lo definiva scherzando il suo “gioco di bimba”. Ogni volta che trovava una soluzione particolarmente elegante diceva sempre la stessa frase: “È solo un gioco”».

Per qualche secondo nella stanza calò il silenzio. Poi Ferri parlò.

«Quindi il ventuno sarebbe la pagina ventuno di quel volume».

«È la mia ipotesi».

«L’assassino l’ha portato via?»

«Probabilmente sì.»

«Oppure Silvia l’ha nascosto prima di morire» – intervenne don Savino.

Caccioppoli si voltò di scatto. Per la prima volta dall’inizio della serata sorrise appena.

«Padre… credo che abbiate ragione» – disse il professore.

«Bene. Nessuno esce da questa stanza finché non controlliamo ogni centimetro dell’appartamento».

Gli agenti iniziarono la ricerca. Vennero aperti tutti gli armadi. Controllarono sotto il letto, dietro le tende, nei cassetti della scrivania e tra gli scaffali della cucina. Nulla. Un agente ispezionò perfino il cassonetto della tapparella. Ancora nulla.

Il commissario Ferri sospirò.

«Forse il killer è riuscito a portarlo via.»

«No» – disse Caccioppoli con una voce ferma. «Silvia non avrebbe lasciato un indizio che l’assassino potesse distruggere con tanta facilità».

Si avvicinò di nuovo alla libreria. Per alcuni istanti rimase immobile, osservandola come se cercasse di ricordare qualcosa. Poi iniziò a sfilare lentamente i libri dallo scaffale centrale, disponendoli sul pavimento con estrema cura. Don Savino lo osservava senza parlare. Quando lo scaffale fu completamente vuoto, Caccioppoli passò le dita sul pannello di fondo.

Sembrava identico agli altri. Cominciò a battere con le nocche.

Toc.

Toc.

Toc.

Il suono era pieno. Continuò.

Toc.

Toc.

Poi, improvvisamente… Tac.

Il rumore cambiò. Più sordo. Più vuoto. Caccioppoli si immobilizzò. Anche gli agenti smisero di cercare. Il professore batté ancora una volta nello stesso punto.

Tac.

Non aveva dubbi.

«Commissario…» – disse senza staccare gli occhi dal pannello. «Qui dietro c’è uno spazio».

Ferri si avvicinò. Caccioppoli infilò delicatamente la punta delle dita nella sottile fessura laterale che fino a quel momento era passata inosservata. Esercitò una lieve pressione. Con un impercettibile scatto, il pannello si mosse in avanti. Un mormorio attraversò la stanza. Dietro il falso fondo, fissato con robuste strisce di nastro adesivo, c’era il volume che stavano cercando. Silvia lo aveva nascosto. Caccioppoli lo prese e lo aprì senza esitazione, alla pagina ventuno.

Giovanni Covino

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Giovanni Covino, autore e curatore del blog.

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