Il peccato di Joséphine. Un’indagine del commissario Salaris, I

Qualche volta viene il sospetto che la morte – l’inferno – consisterà ancora del fluire di un dolore senza sussulti, senza voce, senza istanti, tutto tempo e tutto eternità, incessante come il fluire del sangue in un corpo che non morirà più.

Cesare Pavese, 30 ottobre 1940


I.

Domenica, 25 marzo

«Mentre gli uomini erano dentro impegnati nella solita partita a carte, le donne fuori, sotto uno splendido cielo stellato, erano riunite e sedute intorno ad un piccolo fuoco nel giardino di una vecchia abitazione. I più giovani – quasi tutti bambini a dire il vero – erano a terra, e ascoltavano con occhi sgranati e, nell’animo, un miscuglio di piacere e tensione, i racconti di Mallena.

Mallena, in quella calda sera estiva, su una piccola sedia di paglia e, con il classico foulard in testa, raccontava, come era solita fare, tristi e orrende vicende. Quella sera, i bambini sembravano rapiti, quasi come stessero rivivendo la storia di Giuseppina, questo era il nome della protagonista del fatto, una storia di amori perduti, ma soprattutto di raccapriccianti orrori».

«Cosa c’entra questo con la mia domanda?».

«Aspetta. Pazienta un momento. Capirai».

«Dicevo: l’anziana raccontava di Giuseppina, una donna che non uccise per odio – almeno così raccontò dopo l’arresto – ma per amore di madre. Venne arrestata nell’aprile del 1937, in un paese dell’entroterra campano. Non ricordo esattamente il nome del paese, ma ricordo per filo e per segno ogni aspetto di quella drammatica vicenda che le anziane signore, come donna Mallena, tramandavano come una specie di monito. I bambini erano alla fine come pietrificati, ma tutti, inspiegabilmente, volevano ascoltare. E tra quei bambini c’ero anch’io.

La vicenda di Giuseppina comparve su tutti i giornali dell’epoca e, con il tempo, vennero alla luce ulteriori dettagli che, per fortuna, Mallena non conosceva».

«Non capisco, davvero. Chi è Mallena?» – disse la donna un po’ spazientita.

«Mallena è il diminutivo di Maddalena, una vicina di casa che tante volte mi ha deliziato con questo e altri racconti…».

«Sì, va bene…ma resta sempre il fatto che MALLENA non risponde alla MIA domanda» – disse la donna con aria sempre più spazientita.

«Ci arrivo. Quando sono diventato più grande ho chiesto spiegazioni a mio padre che fino a quel momento non volle dirmi niente. Avevo appena compiuto 17 anni e mio papà decise che era giunto il momento di rispondere alle mie domande su quella storia che si arricchì di ulteriori terrificanti particolari. Mi narrò la vera vicenda di Giuseppina. Alla fine capirai».

«Va bene. Sarò paziente».

«Sì, mi hai fatto una domanda importante e rispondo con dovizia di particolari» – disse ridendo l’uomo.

«Non ti farò più domande del genere. Lo giuro!».

I due scoppiarono in una fragorosa risata.

«Allora, come ti dicevo, Giuseppina, la donna protagonista della vicenda, venne arrestata nell’aprile del 1937 da un commissario che per Mallena era il commissario Ànghelu…».

«Chi?».

«Ànghelu, nome dialettale che sta per Angelo…».

Dalla cucina, il fischio della moka annunciava la “salita” del caffè, perciò l’uomo si alzò e interruppe per un momento il racconto. La stanza si riempì dell’odore inimitabile che dava energia al solo sentirne l’intensità aromatica. L’uomo versò la bevanda e ritornò con due tazzine belle fumanti sul divano dove la donna attendeva, con evidente impazienza, non solo l’espresso ma, soprattutto, il seguito della storia.

«Ora le cose inizieranno ad essere più chiare per te. Il nostro Ànghelu era il commissario Angelo Salaris, il mio bisnonno».

La donna sgranò gli occhi, proprio come i bambini intorno al fuoco, e incredula non disse nulla. Il commissario Paolo Salaris sorseggiò il suo caffè, poi continuò il suo racconto, con un leggero sorriso sulle labbra.

«Il mio bisnonno venne chiamato, se ricordo bene, dalla questura di Napoli nel 1932 e lavorò in un distaccamento del beneventano fino al 1938. Tornò definitivamente in Sardegna alla fine di quell’anno per un serio problema di salute che poi lo costrinse a letto. Giusto in tempo per risolvere il caso scabroso che aveva come protagonista la nostra Giuseppina».

Sara guardava con crescente incredulità il volto sorridente del suo fidanzato. Non aveva minimamente immaginato che la domanda fatta poco prima – «Paolo, perché hai scelto la strada del commissario?» – potesse nascondere una storia di famiglia. Ora, però, la curiosità cresceva.

«Comunque, Sara, questa è la sola parte del racconto che possiamo dire piacevole. E la mia scelta è dipesa, non dalla presenza del mio bisnonno in polizia, ma dal seguito della vicenda».

Sara finì il suo caffè e si posizionò meglio sul divano, in attesa di ascoltare quella storia così importante per la vita di Paolo Salaris.

«Giuseppina, – cominciò il commissario – era convinta che sua madre fosse una janara».

«Una che?» – disse Sara, con un leggero sorriso.

«Una janara, una strega. Giuseppina si era persuasa di avere una madre in grado – grazie ai suoi “poteri” di janara – di proteggere dal male – o come diceva lei dalla jattura – sé e la sua famiglia. La preoccupazione principale di Giuseppina erano i suoi due figli. E la madre non fece altro che approfittarsi di questa sua debolezza».

«In che modo?».

«In un modo davvero diabolico. Qui arriva la parte peggiore della storia, una parte che ho sentito solo dalla voce di mio padre. Fortunatamente per noi bambini, donna Mallena non conosceva i particolari della vicenda. Ciò che si sapeva era solo che una “strega” aveva ucciso 5 persone. Da qui, Mallena cuciva, con maestria, i suoi racconti…».

Il commissario si fermò. Sembrava andare alla ricerca delle parole giuste per raccontare il prosieguo della storia. L’espressione del viso si fece seria. E l’aria sembrò divenire, quasi come sotto un sortilegio, più greve.

«La janara aveva dei nemici, soprattutto tra coloro che non vedevano di buon occhio i “riti” che ancora persistevano in alcune realtà locali».

«Che riti?».

«Mio padre mi raccontò di averli studiati a fondo in vista di alcuni seminari sulla presenza della magia nel Sud Italia tra ‘800 e ‘900: si tratta di riti propiziatori che, secondo alcuni, avevano come al centro il culto del diavolo. Soprattutto nella zona dove lavorava mio nonno erano ancora diffusi i cosiddetti sabba e, a quanto pare dalle dichiarazioni successive di Giuseppina, la madre, la janara, era tra le partecipanti più attive».

«Ma è tutto vero?».

«Non so se sia o meno vera la cosa. Anche da noi, in Sardegna, esistono storie di questo genere. Al di là della veridicità dei sabba o di qualsiasi altro rito, quello compiuto da Giuseppina, certamente sotto la pressione malefica della madre, è stato davvero agghiacciante. E quel male era, e in un certo senso è, reale».

Salaris fece un sospiro profondo prima di continuare. I suoi occhi erano fissi sul pavimento. Poi, dopo qualche secondo, riprese.

«L’indagine del bisnonno non fu per nulla facile. Inizialmente, il caso venne trattato come un caso di sparizione: si pensò dapprima ad un rapimento, ma quando si arrivò alla terza persona, nel giro di un anno, il commissario Salaris pensò giustamente di iniziare a trattare il caso diversamente.

«Le indagini gli aprirono un mondo altro, il mondo magico di un’Italia che pochi conoscevano. Così, seguendo diverse piste, giunse infine al gruppo di janare. Riunite, spesso lontano dalle loro abitazioni, si dedicavano ad azioni, diciamo così, alquanto inquietanti. Pertanto, con molta discrezione, il commissario iniziò un’indagine sottotraccia e iniziò ad interrogare le componenti di questo singolare gruppo».

«Quale fu l’indizio più importante?».

«In realtà, come mi ha sempre detto mio padre, non fu un indizio, ma un’intuizione: guardando negli occhi la madre di Giuseppina colse qualcosa di strano. Poi, alla fine, una parola detta così, quasi tra i denti:

«Commissa’ state attento alla jattura».

Questo portò il mio bisnonno ad indagare più a fondo sulla madre di Giuseppina. Ma nulla di concreto venne fuori, se non le storie di cui ti ho parlato (sabba e altri riti strani)».

«E cosa fece?» – chiese Sara, in preda all’ansia di sapere.

«A quel punto, si ricordò dello sguardo di Giuseppina. E comprese che lei era l’anello debole di quella catena. Cercò di farle pressione, facendo leva, soprattutto, sul suo amore di madre. E lei crollò».

«Cosa accadde dopo?».

«…l’arresto portò alla raccapricciante scoperta di un rifugio segreto dove la povera Giuseppina era costretta a fare cose terribili per la madre».

«Cosa?».

«Le persone scomparse lì venivano legate per giorni, poi uccise e fatte a pezzi».

Lo sguardo di Sara era pieno di ribrezzo.

«…purtroppo, non era questa la parte peggiore: la janara costringeva Giuseppina a sciogliere le parti dei corpi nella soda caustica…».

Paolo Salaris si fermò un attimo.

«…per farne del sapone, sapone che la madre rivendeva tranquillamente alle amiche del quartiere. Giunti a questo punto della storia, mio padre, mi guardò e mi disse:

Paolo, mio nonno, quando raccontò questa storia, aveva uno sguardo quasi perso, spento. Ricordo che mi disse: “Non ho mai visto qualcosa del genere. Non so se quella donna avesse fatto o meno un patto col diavolo, ma è certo che quel rituale era qualcosa di tremendamente demoniaco. Il peccato di Giuseppina è stato grande, ma il male che ho visto negli occhi della janara non lo dimenticherò mai”.

Mi colpì così tanto la storia che decisi, in cuor mio senza dire nulla a nessuno, di seguire le orme del mio bisnonno. Avevo l’idea di affrontare, almeno nel mio piccolo, il male. Lo so, è una cosa da idealista, ma è questa la risposta alla tua domanda».

«Una storia orribile, Paolo. Immagino lo stato d’animo del tuo bisnonno alla scoperta o quello di Giuseppina. Lei, poi, che fine ha fatto?».

«Non lo so, ma spero, dal profondo del mio cuore, che possa aver trovato un po’ di pace, dopo quello che ha fatto e anche per tutto quello che ha subito».

«Grazie» – disse Sara abbracciandolo.

Salaris guardò l’orologio. Erano quasi le 13:00 di una splendida domenica primaverile.

«Andiamo – disse il commissario sorridendo – c’è un pranzo che ci aspetta».

I due s’incamminarono, mano nella mano, verso il ristorante dove avevano prenotato. Attraversavano le strade di Torino con la spensieratezza e la gioia del primo innamoramento. La storia del primo Salaris commissario era ormai alle spalle e si apprestavano a vivere una bella giornata. Paolo aveva in serbo, come sempre, una serie di sorprese: Sara, dopo il fidanzamento, aveva scoperto un uomo completamente diverso da quello un po’ timido e dall’atteggiamento un po’ altezzoso del primo incontro al pub Belfast. Il commissario, dal canto suo, aveva incontrato una donna capace di ascolto, ma anche di silenzio. Attenta, ma discreta.

Si guardarono e risero, quando videro davanti al locale tutti gli amici, compreso l’agente amico Antonio Grieco che, appena vide la coppia, iniziò a sbracciarsi e ad urlare, come era solito fare in quelle occasioni informali.

Mentre si avvicinavano al gruppetto, dalla tasca del commissario il vecchio Motorola trillò…

Giovanni Covino


Il peccato di Joséphine. Un’indagine del commissario Salaris, II


Nota

Paolo Salaris è il protagonista di una serie di racconti gialli nei quali l’indagine poliziesca diventa anche occasione per esplorare la storia, la filosofia e le inquietudini dell’animo umano. Dalle prime indagini raccolte in Corrispondenze a L’artiglio del diavolo, passando per L’eredità longobarda e Stanze gotiche, Salaris si muove tra delitti, misteri e vicende del passato, cercando non soltanto i responsabili, ma anche il significato nascosto dietro gli eventi.

A queste indagini si affianca Omnia tempus habet. Diario di Paolo Salaris, dove il commissario abbandona per un momento il ruolo di investigatore e lascia emergere la sua dimensione più personale e riflessiva. Un percorso narrativo nel quale il giallo si intreccia progressivamente con la memoria, il tempo, la perdita e la ricerca di senso.

Una saga in continua evoluzione, in cui ogni nuova indagine aggiunge un tassello alla storia personale e professionale del commissario.

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Giovanni Covino, autore e curatore del blog.

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