Ordo amoris. Dalle intuizioni del senso morale alla formalizzazione metafisica

Il modo di procedere della scienza è contraddistinto dal passaggio da ciò che noto e certissimo (che possiamo definire “esperienza originaria”) a ciò che è meno noto e che può essere dedotto dalle premesse (cfr Aristotele, Analitici secondi, 72 a 7; Etica Eudemia, I, 6, 1216 b 25 – 1217 a 15). Lo spiega bene Tommaso d’Aquino:

«Anche nella natura umana occorre che ci sia una conoscenza della verità senza ricerca sia in campo speculativo sia in campo pratico e occorre certamente che questa conoscenza sia principio di tutta la conoscenza che viene dopo, sia pratica sia speculativa, dato che è necessario che i princìpi siano più certi e più stabili».

Tommaso d’Aquino, Quaestiones disputate de veritate, q. 16, a. 1

Ciò costituisce una premessa indispensabile, anche se oggi poco compresa e non condivisa. Si tratta, in realtà, di tener presente due livelli di conoscenza strettamente connessi: il livello prefilosofico e il livello filosofico. Essi sono epistemologicamente connessi l’uno all’altro.

Vediamo perché.

Nell’ambito della conoscenza naturale, troviamo alcune certezze che riguardano proprio l’ambito morale. Infatti, noi tutti partiamo, per l’elaborazione dei nostri giudizi morali, dall’esperienza, da un dato di fatto che è il seguente: nel mondo (= insieme di enti) è presente un essere particolare che non solo conosce la realtà, ma compie atti contraddistinti dalla volontarietà, e di conseguenza accompagnati dalla responsabilità, concetto quest’ultimo connesso a quello di libertà e che, proprio per questa ragione – ripeto ancora una volta – possono essere qualificati come buoni o cattivi, giusti o sbagliati. È questo il «nocciolo solido di vere certezze» (cfr J. Maritain, Introduzione alla filosofia, Torino 1921, p. 100) che fa da presupposto logico al discorso filosofico sulla morale:

«Tra le evidenze immediate – spiega Livi – che costituiscono il senso comune, la prima è l’esistenza delle cose, presenti nella loro singolarità, nel loro incessante divenire e nei loro reciproci rapporti. Di qui la nozione di “mondo” o “universo”, nozione che connota un insieme che unisce concettualmente tutte le cose, ossia gli enti nella loro indubitabile presenza; ora, in questo “spazio” che è il mondo il senso comune percepisce l’azione dell’ente personale soggettivo, cioè l’io: il soggetto avverte l’esistenza di sé come soggetto, come un particolare ente tra tutti gli enti».

A. Livi, Filosofia del senso comune, Roma 2010, p. 151

E poco dopo precisa:

«L’io si percepisce come uno tra gli altri in virtù della comune partecipazione all’essere, alla realtà in atto; allo stesso tempo, si percepisce come distinto […] L’io è un ente conscio di esistere e di agire, e capace di cogliere tutto il resto nella propria coscienza. [Inoltre] l’io si percepisce come causa […] Subisce, come ogni altro essere, la causalità dell’universo, ma, allo stesso tempo, si sottrae a un’esistenza meramente passiva ed è capace di attività non-riflessa, non meccanica, non obbligata, non necessaria. Questa è l’esperienza della libertà».

A. Livi, Filosofia del senso comune, Roma 2010, p. 152

Il senso morale, che è all’interno dell’esperienza originaria, altro non è dunque che la presa d’atto di questa particolare realtà, di questo «ordo amoris» che supera la sfera della materialità. Ora, è importante precisare – come si evince dai testi appena citati – che il senso morale non è qualcosa di sconnesso rispetto alle altre certezze del senso comune perché la percezione del proprio essere liberi (e pertanto responsabili delle proprie azioni) nasce sempre nell’orizzonte dell’essere: noi percepiamo una gradazione entitativa nella realtà che conosciamo, e in base a questo possiamo stabilire la differenza qualitativa dell’ente che noi siamo rispetto agli altri, nonché ci dà la possibilità di stabilire una certa gerarchia di beni. Questo punto è di estrema importanza, perché mostra la necessità di studiare la verità morale in connessione alla metafisica, anzitutto la metafisica spontanea del senso comune e poi alla metafisica in quanto sistematica riflessione sui dati dell’esperienza originaria, con la consapevolezza che non è la scienza a definire le verità fondamentali dell’uomo, bensì è l’esperienza, anche in questo caso, a fornire la materia della riflessione.

È la logica della presupposizione.

Alla fine del Settecento, anche Immanuel Kant rileva l’importanza della logica della presupposizione, ribadendo questo concetto importante: l’esperienza morale precede e fonda ogni riflessione filosofica, ogni “scienza della morale”; pur esprimendosi in termini aprioristici, con la svalutazione dei dati empirici per il rifiuto dell’intuizione intellettuale, Immanuel Kant riconosce che l’essenza del senso morale non è una conquista della scienza, ma frutto di quello che lui stesso definisce sentimento morale:

«Non c’è bisogno di scienza né di filosofia per sapere ciò che si deve fare per essere onesti e buoni, e persino saggi e virtuosi. […] Tutti i concetti morali hanno la loro sede e la loro origine interamente a priori nella ragione, senza differenza fra la ragione umana più comune [die allgemeine Menschenvernunft] e la ragione umana speculativa al livello più alto».

I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, Milano 1997, pp. 20, 28

Ritroviamo lo stesso concetto nella Metafisica dei costumi quando il filosofo di Königsberg parla del sentimento morale come ciò che precede e fonda ogni discorso propriamente etico:

«Ora non ci può essere un dovere di possedere o acquistare il sentimento morale, perché la coscienza dell’obbligazione suppone sempre questo sentimento [morale], non potendosi in altro modo aver coscienza della costrizione implicata dall’idea del dovere; ma ogni uomo (in quanto è un essere morale), lo porta originariamente in se stesso, e la sola obbligazione che egli possa avere a questo riguardo è coltivarlo, anzi di fortificarlo per mezzo dell’ammirazione che la sua imperscrutabile origine ispira».

I. Kant, Metafisica dei costumi, Roma 2004, p. 251

La fonte della moralità si trova in quell’esperienza originaria o senso comune che è il presupposto logico di ogni altro discorso; possiamo chiamarlo con Kant anche sentimento morale a patto di ben intendere le parole: esso non è nulla di irrazionale legato alla sola sfera affettiva; si tratta, bensì, di un’intuizione intellettuale di una dimensione (quella appunto morale) della realtà.

Giovanni Covino

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