Il senso morale e il dramma dell’umanesimo: la riflessione etica di Jacques Maritain

Propongo ai lettori di Briciole filosofiche la seconda parte di questo interessante articolo sulla riflessione morale del filosofo francese J. Maritain. L’Autore, Lorenzo Burlini, analizza quelli che sono gli schemi dinamici fondamentali della legge naturale (ciò che in altro luogo ho definito il senso morale) calandoli nell’attuale contesto storico-teoretico (per la prima parte dell’articolo clicca qui) [Giovanni Covino].


Come notavo nella prima parte di questa riflessione, oggi assistiamo ad una negazione sistematica dei fondamenti morali, esplicitamente o implicitamente. Vediamo punto per punto questa operazione seguendo lo schema maritainiano:

  1. “Togliere la vita ad un uomo è cosa più grave che togliere la vita a un animale.” Questo primo precetto è oggi scardinato dalle concezioni animaliste o ecologiste in voga, almeno da quelle più radicali, che si rifanno a una nozione antispecista, secondo cui non vi sarebbe differenza ontologica di grado, gerarchica, tra uomo e animale (o tra animale umano e animale non umano, secondo i termini apportati e coniati da questa ideologia). La dignità intrinseca dell’essere umano – creatura razionale – e la sacralità di esso, la sua non spendibilità e non strumentalizzazione è posta sullo stesso piano della dignità delle creature non razionali, essendo negata la superiorità ontologica dell’uomo sugli altri viventi. Ciò è conseguenza ultima della negazione della libertà e della razionalità dell’uomo.

Il nuovo precetto odierno suonerà pertanto pressappoco così: “togliere la vita a un uomo NON è cosa più grave che togliere la vita a un animale-non-umano; specie se quest’ultimo è un animale domestico da compagnia su cui proiettiamo sentimenti umani, in parte per controbilanciare le relazioni umane sempre più virtuali e problematiche. Nel caso, invece, di embrioni umani ed embrioni di animali, è assai più grave la soppressione di questi ultimi (come attesta un recente progetto di legge europeo che vieta la soppressione dei pulcini nella produzione di uova), mentre la soppressione dell’embrione umano è considerata un diritto umano inquestionabile (come attestano una ancora più recente risoluzione del parlamento europeo e dichiarazioni ufficiali del governo francese e statunitense)”.

  • “Il gruppo familiare deve conformarsi ad un tipo di struttura fissa.” La retorica vuota del “love is love” e le conseguenti leggi, giustificate in diversi paesi occidentali con presunte emergenze discriminatorie e col pretesto di una malintesa e vacuamente retorica “uguaglianza”, in direzione della promozione di un cosiddetto “matrimonio egualitario” tra persone dello stesso sesso e pratiche annesse (adozioni di bambini a coppie omosessuali, indifferentismo ed equiparazione morale tra famiglia e unioni omosessuali, sgretolamento del concetto e della natura dell’istituto familiare, ecc.).

Il nuovo precetto capovolto reciterà: “Il gruppo familiare NON deve conformarsi a un tipo di struttura fissa, rigettando ogni tipo di discriminazione verso la volontà individuale di individui o gruppi che si sentono “famiglia” e devono, di conseguenza, essere riconosciuti tali dalla legge e dalla collettività”.

  • “Le relazioni sessuali devono essere sottoposte a determinate limitazioni”. In solidarietà con e alla base delle perversioni del precedente principio, stanno i cascami e le conseguenze della rivoluzione sessuale dei costumi e del diritto avvenuta negli anni Sessanta e Settanta. A seguito della separazione tra atto sessuale (ciò che la Chiesa chiama “atto coniugale”) e riproduzione – separazione dapprima rivendicata come atto di “liberazione” e “ribellione”, facilitato dalla diffusione di contraccettivi farmacologici; poi esibita e quasi imposta retoricamente al costume collettivo, propagandata con l’ideologia femminista e ratificata dal diritto positivo – l’ethos contemporaneo rigetta ogni limitazione alle relazioni sessuali (fatto salvo il persistente – ancora per quanto? – tabù dell’incesto).

Il precetto “liberato” recita: “Le relazioni sessuali NON devono essere sottoposte ad alcuna limitazione, se non quella costituita dall’uso responsabile dei contraccettivi, affinché si eviti la procreazione”.

  • “Siamo tenuti a volgerci verso la realtà dell’Invisibile”. Tale realtà è connessa con un’altra delle inclinazioni fondamentali della natura umana da sempre: il culto dei morti. Inutile dire come, partendo dal meccanicismo del XVII secolo ad oggi, il materialismo è stato via via esteso e diffuso, diventando oggi un sentire comune della grande maggioranza delle popolazioni occidentali secolarizzate. Indice dell’ateismo pratico e implicito attuale, oltre alla continua diminuzione della pratica cristiana e alla dichiarata sostituzione della fede in Dio e nell’aldilà con una tanto paradossale quanto rivendicata “fede nella scienza”, è il venir meno del culto dei morti, portato della rimozione della morte e della sua costituzione a tabù nella nostra società del presente e dell’immanenza assoluta della “nuda vita” – la morte è inammissibile e scandaloso monito della finitezza e della datità umane. In occasione delle norme “pandemiche” nel 2020, si è potuto constatare come leggi inaudite storicamente (se non per catastrofici ed eccezionali avvenimenti), quali il divieto di funerali, onoranze funebri, sepoltura, benedizioni religiose, sacramenti e cordoglio, anche ai più stretti familiari; si è visto come norme che imponevano che i morenti e i defunti, sottratti alla presenza e alla vista dei cari e fatti morire in totale isolamento e anonimato, siano state accettate e subite senza il minimo disappunto dalla grande maggioranza della popolazione. Non c’è più alcun invisibile a cui rendere culto e per cui pregare: c’è solo un involucro vuoto di carne e cenere.

Si constaterà infine che, delle cinque regolazioni fondamentali della legge naturale, non rimane che l’ultima, la quinta: “siamo tenuti a vivere insieme sotto determinate regole e proibizioni”.
Questa regolazione è, non a caso, il fondamento del diritto positivo, essendo in sé indeterminata rispetto a qualsiasi bene e a qualsiasi fine oggettivi e universalmente dati e riconosciuti. Compito del diritto positivo – delle leggi scritte, rispetto alla legge naturale non scritta – è infatti, per Maritain, adeguare e specificare quest’ultima alle singole e storiche realtà sociali, culturali e statuali.

Al contrario, la natura della sovversione degli schemi dinamici fondamentali della legge naturale, fa comprendere quanto il diritto positivo sia stato sganciato e sia stato reso, finanche, un nemico e un ribaltamento di ogni principio della legge morale e della stessa natura dell’uomo.
Di più, quest’ultimo principio delle regole e proibizioni, è oggi non solo rimasto ma è andato divenendo sempre più tirannicamente presente e invasivo, nella misura in cui ha perso le basi legittime, necessarie e naturali sulle quali doveva fondarsi. A motivo della sua indeterminatezza e sconnesso dalla legge naturale-eterna a cui dovrebbe guardare per essere declinato e adattato positivamente alle singole realtà storico-statuali e sociali, questo principio può essere infatti adattato e piegato a qualsivoglia arbitrio del potere politico (o economico) storico, a vantaggio di una fazione sopra un’altra o di un interesse particolare di una minoranza sopra il bene comune.

Senza il riferimento alla legge naturale, data e inscritta nella nostra natura umana, e ai principi di essa, non resta che la struttura vuota e nuda di regole e proibizioni del potere arbitrario, spogliata di ogni sostanza umana perché negante la natura stessa dell’uomo in quanto essere spirituale oltreché corporale, dotato di diritti universali e inalienabili attribuitigli da Dio.
Questa struttura dispotica delle “regole e proibizioni”, perdendo ogni autentica e razionale fondazione morale e teologica, ogni ancoraggio alla natura umana e al servizio della persona umana, non è più che la proiezione e la concrezione del Volere puro dei Poteri mondani, immanenti e auto-fondati sulla base di un puro volontarismo, fondato sulla potenza o sulla sopraffazione, ancorché, oggi, mascherate e ammantate di retorica di valori vuoti e proclamati di “democrazia”, “responsabilità”, “uguaglianza”, “autodeterminazione”, “inclusione”, ecc. 

Lorenzo Burlini

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