Renato Caccioppoli (1904–1959) è stato uno dei matematici italiani più brillanti e, allo stesso tempo, più enigmatici del Novecento. Napoletano di nascita, Caccioppoli si distinse per le sue straordinarie capacità logiche e per le sue geniali intuizioni… continua per la Nota introduttiva.
Se non hai letto la nota introduttiva e il primo capitolo, segui i link:
- Nota introduttiva.
- Gioco di bimba. Un’indagine di Renato Caccioppoli, I,1.
- Gioco di bimba. Un’indagine di Renato Caccioppoli, I, 2.
- Gioco di bimba. Un’indagine di Renato Caccioppoli, II, 1.
- Gioco di bimba. Un’indagine di Renato Caccioppoli, II, 2.
- Gioco di bimba. Un’indagine di Renato Caccioppoli, III, 1.
Caccioppoli aveva la sua solita sigaretta in mano. Si voltò verso il sacerdote e chiese:
«Don Savino: quale volto ha l’Infinito? Per me era quello di Silvia…».
«Non sei lontano dalla verità – disse don Savino – perché l’Infinito ha il volto del mio Padrone, come lo chiami tu. E noi, compresa Silvia, siamo Sua immagine, quindi quello che vedevi negli occhi di Silvia era sicuramente il volto dell’Infinito. Non sbagli».
Il silenzio riempì nuovamente la stanza, mentre il fumo della sigaretta disegnava strani cerchi nell’aria. Lontano, si sentiva una canzone…
Cchiù luntana me staje, cchiù vicina te sento
chi sa a cchistu mumento tu a che pienze, che faje?
…e riempiva di un dolore calmo i vicoli della città che stava per iniziare un nuovo giorno.
Tu m'he mise int'e vvene, 'nu veleno ch'è ddoce
nun me pesa 'sta croce, ca je trascino pe' tte [1]
«Renato, avete ancora quella lettera in mano?».
Il professore non rispose, ma la aprì e la lesse per l’ultima volta, prima di bruciarla.
Caro professore,
se state leggendo questa lettera significa che è accaduto ciò che temevo da tempo. Sono entrata in un vicolo cieco e non ho più trovato una via d’uscita. È accaduto, come spesso accade agli uomini, perché ci inganniamo. E forse l’inganno più grande è quello che nasce da una falsa idea dell’amore.
Chi ha tradito la mia fiducia? Ariberto. Voi lo avete conosciuto. Ricorderete il suo entusiasmo, la sua passione politica, la sua volontà di cambiare il mondo. In tempi così difficili, quelle sembravano qualità rare e preziose. Anch’io le ho ammirate. Ho creduto che dietro quelle parole ci fosse il desiderio sincero di costruire qualcosa di migliore.
Poi, lentamente, ho iniziato a vedere altro.
La sua volontà di cambiamento non era soltanto amore per la giustizia: era diventata volontà di imporre un dominio, innanzitutto su di me.
Come può l’amore trasformarsi in male? Come può un sentimento nato per unire diventare una prigione?
Ho compreso allora che il problema non era l’amore, ma l’idea che noi uomini spesso ci costruiamo dell’amore. Confondiamo il nostro desiderio con il vero bene e finiamo per amare non una persona, ma l’immagine che abbiamo creato di lei.
Ricordo le parole di don Savino. Me le ripeteva spesso: “Il vero volto dell’amore è quello che mostra docilità nel bene”. Non in un bene qualsiasi, non nel bene che noi inventiamo per giustificare noi stessi, ma nel vero bene, quello che sa anche correggerci e chiederci di cambiare, senza violenza. Ora capisco quanto quelle parole fossero profonde.
Ariberto aveva nascosto il suo vero volto dietro una maschera costruita con parole nobili. Parlava di libertà, di giustizia, di futuro, ma lentamente il suo amore era diventato possesso.
La situazione è precipitata quando gli ho detto che aspettavamo un figlio. In quel momento ho visto chiaramente la sua maschera incrinarsi. Quella nuova vita, che avrebbe dovuto essere motivo di gioia, per lui è diventata una minaccia al suo ordine, al suo progetto, alla sua idea di sé. Ho compreso allora che qualcosa di terribile si era spezzato.
Avrei dovuto parlarvene prima, professore. Avrei dovuto trovare il coraggio di chiedere aiuto, ma la paura e la vergogna mi hanno trattenuta. Ho sperato fino all’ultimo che potesse ritrovare se stesso, che quella parte migliore che avevo conosciuto potesse tornare.
Ma ormai è troppo tardi.
Se state leggendo queste parole, significa che Ariberto ha superato il limite estremo. La maschera è caduta e ciò che vi era nascosto è apparso nella sua terribile verità.
Vi affido questa lettera perché possiate comprendere non soltanto chi ha compiuto il gesto, ma anche il cammino che lo ha condotto fin lì.
Spero di trovare pace nella vita vera e spero che anche voi, professore, possiate trovare il vero volto dell’Infinito.
Silvia
Giovanni Covino
[1] Si tratta di Passione, una delle canzoni napoletane più famose di tutti i tempi sull’amore. È stata scritta 1934 da Libero Bovio.



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