La “stanza cinese”: Searle e l’intelligenza artificiale

Nel “ritratto” di John R. Searle mi sono soffermato, dopo una breve presentazione dell’Autore, sul rapporto tra realtà e verità e sulla metafisica di base presentata dal filosofo statunitense nel volume Mind, Language and Society. Oggi vorrei soffermarmi sul problema dell’intelligenza artificiale (sull’argomento si veda anche l’intervista al filosofo della scienza Michele Marsonet).

Secondo Searle, le posizioni su tale questioni sono due: la prima è di coloro che parlano dell’IA come di «uno strumento potentissimo [che] ci permette, ad esempio, di formulare e verificare le ipotesi in un modo preciso e rigoroso» (IA debole); la seconda, invece, è rappresentata da coloro che parlano del «calcolatore» non come di un semplice «strumento per lo studio della mente, ma piuttosto, quando sia programmato opportunamente, è una vera mente» (IA forte). In questo senso – conclude Searle – per l’IA forte «poiché il calcolatore programmato possiede stati cognitivi, i programmi non sono semplici strumenti che ci permettono di verificare le spiegazioni psicologiche: i programmi sono essi stessi delle spiegazioni» (John R. Searle, «Menti, cervelli e programmi», in D. Dennett – D. Hofstadter, L’io della mente, Adelphi, Milano, 1985, pag. 341).

Quest’ultima posizione è quella critica dal filosofo statunitense. Per raggiungere il suo scopo Searle supporta la sua argomentazione con un famoso esperimento, l’esperimento della “stanza cinese”. Leggiamo quanto scrive in Minds, brains and programs:

«Si immagini di chiudere in una stanza una persona che non conosce una parola di cinese. La persona ha a disposizione due gruppi di fogli: sui fogli del primo si trova una serie di caratteri cinesi, sugli altri fogli ci sono delle istruzioni su come utilizzare i caratteri stessi. Il compito assegnato alla persona in questione è di produrre degli insiemi di caratteri cinesi (risposte), seguendo unicamente le istruzioni ricevute, ogni volta che riceve dall’esterno degli insiemi di caratteri cinesi (domande). Il punto fondamentale dell’esperimento è che a un cinese che ponga le domande e legga le risposte ricevute, la persona chiusa nella stanza appare come se fosse in grado di comprendere il cinese, mentre, in realtà, si limita a manipolare simboli senza significato sulla base di istruzioni (pp. 343-348).

Con questo esperimento Searle vuole dimostrare, dunque, che non è possibile assimilare la mente dell’uomo al computer: la persona nella stanza in realtà non conosce il cinese, poiché opera solo sui simboli seguendo delle istruzioni; allo stesso modo, un sistema informatico: la sua attività riproduce artificialmente gli atti umani, ma non possiamo parlare di atti propriamente umani di comprensione, perché – secondo Searle –, in quest’ultimo caso, entrano in gioco coscienza e intenzionalità che sono “fenomeni” irriducibili. Infatti, – scrive il filosofo in La riscoperta della mente – «nemmeno appellandoci a una scienza perfetta del cervello saremmo in grado di sottoporre la coscienza a una riduzione ontologica analoga a quella operata dalla scienza contemporanea sul calore, la solidità, i colori o il suono» (p. 131).

Giovanni Covino


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