La metafisica come teologia naturale: Dio come Pensiero di pensiero nella filosofia di Aristotele

Propongo ai lettori di Briciole filosofiche questo interessante articolo sulla metafisica di Aristotele. Lo scritto di Mario Padovano si sofferma dapprima sulla definizione di metafisica nello Stagirita, poi analizza in particolare la metafisica come teologia, cioè come ricerca della causa prima della realtà diveniente [Giovanni Covino].


Diciamo che Dio è vivente ed ottimo;

cosicché a Dio appartiene una vita perennemente

continua ed eterna; questo dunque è Dio.

Metaph. XII,7,1072 B 13.30

L’oggetto della metafisica, la scienza prima, come la chiama Aristotele è «l’ente in quanto ente e le cause e i principi che gli competono in quanto tale». In questo modo, si esclude che Dio sia il subjectum, per usare un termine scolastico, di questa scienza. Tuttavia Aristotele stesso parla di questa scienza individuandone quattro caratteristiche tali che essa si configura come:

1) Ontologia, studio dell’ente in quanto ente

2) Ousiologia, studio della sostanza in quanto primo significato dell’essere

3) Eziologia, studio delle cause fondamentali dell’essere

4) Teologia, studio del divino in quanto Causa Prima

La scienza prima è dunque teologia perché Dio rientra nella sua analisi non nella sua essenza, ma in quanto soluzione medesima al problema del divenire e della molteplicità. La prima caratteristica del Dio aristotelico è appunto la Trascendenza ossia la perfetta alterità rispetto al mondo e all’uomo, ossia all’ente in divenire. Tale trascendenza risulta attributo divino in quanto è la stessa cosa della sua necessaria immutabilità. In altri termini, è la stessa cosa che dire che Dio è l’Atto puro. È proprio l’analisi del divenire, e la risoluzione della relativa problematicità consistente nell’impossibilità di un regresso all’infinito nella serie dei motori, a permettere di risalire all’esistenza del Primo Motore immobile, prima causa non causata. Il Primo Motore non può muoversi a sua volta, altrimenti, possiamo dire in altri termini, esso rimarrebbe il problema e non costituirebbe la soluzione. Se Dio, il Primo Motore, non può mutare allora o è pura potenza o è atto puro. Ma la pura potenza non può sussistere e dunque non può essere una causa efficiente. Dunque Dio è Atto Puro.

Aristotele chiama Dio: Pensiero di Pensiero (nóesis noéseos). È bene precisare che la condizione primaria per chiamare in tal modo un ente è che tale ente sia appunto Atto Puro, sia cioè indiveniente, sia il Super-ente perfettamente semplice, immobile, eterno, ecc.. Difatti, se non fosse tale, e cioè indiveniente, il «pensiero di pensiero» avrebbe intrinsecamente un regresso all’infinito nel pensarsi, in quanto necessiterebbe, evidentemente, di un punto di partenza. È l’incoerenza materiale principale del cogito cartesiano che pur finito e necessitante di fondazione viene ritenuto come primum cognitum per se stesso. Il Pensiero di pensiero che è il Dio aristotelico invece non è affatto interpretabile idealisticamente perché esso semplicemente non ha bisogno di “partire”, perché è appunto indiveniente: Egli è perfettamente realizzato in quanto Atto puro. È significativo, infatti, che solo dopo aver dimostrato l’esistenza di un primo motore immobile (Metaph. Λ 8,1074a 31-38), Aristotele sviluppa, in Metaph. Λ 9, la sua famosa dottrina per cui Dio è pensiero di pensiero. Questo significa appunto che per Aristotele medesimo si dà la conclusione che questa definizione valga solo per il primo motore (cfr. Enrico Berti, La teologia in Aristotele, in Nuovi studi aristotelici II, Morcelliana 2005, p. 387). Tuttavia questo non vuol dire che Dio, per Aristotele, non conosca anche le altre realtà: le conosce non come qualcosa che lo perfezioni ma come ciò che dipende da lui e che pensa pensando sé stesso come causa di tutto il resto. Riportiamo il passo dove Aristotele parla del Pensiero di Pensiero (Metaph., Λ 8, 1074b 15 1075a 10):

«Per quanto concerne l’intelligenza, sorgono alcune difficoltà. Essa pare, infatti, la più divina delle cose che, come tali, a noi si manifestano; ma, il comprendere quale sia la sua condizione per esser tale, presenta alcune difficoltà. Infatti, se non pensasse nulla, non potrebbe essere cosa divina, ma si troverebbe nella stessa condizione di chi dorme. E se pensa, ma questo suo pensare dipende da qualcosa di superiore a lei, ciò che costituisce la sua sostanza non sarà l’atto del pensare ma la potenza, e non potrà essere la sostanza più eccellente: dal pensare deriva, infatti, il suo pregio. Inoltre, sia nell’ipotesi che la sua sostanza sia la capacità di intendere, sia nell’ipotesi che la sua sostanza sia l’atto dell’intendere, che cosa pensa? O pensa se medesima, oppure qualcosa di diverso; e, se pensa qualcosa di diverso, o pensa sempre la medesima cosa, o qualcosa sempre diverso. Ma, è o non è cosa ben differente il pensare ciò che è bello, oppure una cosa qualsiasi? È pertanto evidente che essa pensa ciò che è più divino e più degno di onore e che l’oggetto del suo pensare non muta: il mutamento, infatti, è sempre verso il peggio, e questo mutamento costituisce pur sempre una forma di movimento. […] Dunque, non essendo diversi il pensiero e l’oggetto del pensiero, per queste cose che non hanno materia, coincideranno, e l’Intelligenza divina sarà una cosa sola con l’oggetto del suo pensare».

Un’altra caratteristica del Dio aristotelico è il suo essere Fine ultimo. Nel cap. 7 del libro XII della Metafisica, infatti, Aristotele sviluppa la teoria del Motore immobile come causa finale. All’inizio del capitolo, Aristotele ricorda che il primo Motore muove senza essere mosso e dice:

«In questo modo muovono ciò che è desiderabile e ciò che è intelligibile: muovono senza essere mossi».

Il primo tra i desiderabili, dunque, e il primo tra gli intelligibili coincidono. È così che il Primo Motore sarà il bene supremo come oggetto più desiderabile per sé e in sé, e sarà peraltro il primo intelligibile in sé e per sé. Ma il Motore immobile muove anche tutto il resto come causa finale. Aristotele dice:

«che il fine è fra le realtà immobili, lo mostra la divisione; infatti il fine è per qualcuno, dei quali l’uno è fra gli immobili, mentre l’altro non è» (Metaph. 1072 b 1-3)

Anche nel De coelo Aristotele confermala dottrina del Motore immobile come fine a se stesso soprattutto mostrando che alla Causa prima non conviene che esistere nel modo migliore. Da questo principio ne consegue che l’Atto puro non ha bisogno di nessuna azione: è lui stesso il fine, mentre l’azione richiede sempre due cose, cioè sia il fine sia ciò che è in vista del fine e dunque si muove.

Possiamo dire, per concludere, che tutti gli attributi divini in Aristotele scaturiscono dall’analisi delle caratteristiche che deve avere la prima causa del movimento in quanto indiveniente. Dall’immutabilità e trascendenza del Primo Motore seguono tutti i suoi attributi.

Fr. Mario Padovano op


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