Ritratti di filosofi. Giustino: dal platonismo al cristianesimo come “vera filosofia”

Il filosofo tedesco Martin Heidegger (26 settembre 1889 – 26 maggio 1976) definisce la filosofia cristiana un «ein hölzernes Eisen», un ferro ligneo, una nozione in sé contraddittoria (per approfondire vedi l’articolo La nozione di filosofia cristiana. Un «ferro ligneo»?). Tuttavia – come nota Edith Stein in Essere finito e essere eterno – «la Rivelazione parla un linguaggio accessibile alla ragione naturale e offre materiale per una concettualizzazione puramente filosofica, che non può prescindere del tutto dai fatti della Rivelazione come tali e il cui risultato diviene patrimonio di tutta la filosofia successiva (per esempio i concetti di persona e di sostanza)» (trad. it., Città Nuova, Roma 19994, p. 61). In questo senso, i contenuti della fede si presentano come una “sorgente” per la riflessione filosofica o – come dice Étienne Gilson – «generatrice di ragione»:

Il filosofo cristiano – spiega il filosofo francese – si domanda semplicemente, se tra le proposizioni, ch’egli crede vere, ce ne sia un certo numero che la sua ragione potrebbe sapere vere. Finché il credente fonda le sue asserzioni sulla persuasione intima, che la sua fede gli conferisce, egli rimane un puro credente e non è ancora entrato nel dominio della filosofia; ma dal momento in cui egli trova nel numero delle sue credenze alcune verità che possono divenire oggetto di scienza, egli diventa filosofo, e se deve questi nuovi lumi filosofici alla fede cristiana, diventa un filosofo cristiano. […] In una parola, presso tutti i filosofi cristiani degni di questo nome, la fede esercita un influsso semplificatore e la loro originalità si manifesta soprattutto nella zona direttamente sottomessa all’influsso della fede: dottrina di Dio, dell’uomo e dei suoi rapporti con Dio.

É. Gilson, Lo spirito della filosofia medievale, trad. it., Morcelliana, Brescia 19986, p. 43-45; cfr. anche A. Livi, Saggio introduttivo a Étienne Gilson, Introduzione alla filosofia cristiana, trad. it., Massimo, Milano 19862

Tra i filosofi cristiani, vorrei oggi ricordare Giustino, filosofo che la Chiesa venera come martire. Nel Martirologio romano, infatti, si legge: «san Giustino, martire, che, filosofo, seguì rettamente la vera Sapienza conosciuta nella verità di Cristo: la professò con la sua condotta di vita e quanto professato fece oggetto di insegnamento, lo difese nei suoi scritti e testimoniò con la morte avvenuta a Roma sotto l’imperatore Marco Aurelio Antonino».

Nato, da genitori pagani, a Flavia Neapolis (Nablus) nell’anno 100 circa, Giustino si convertì al cristianesimo prima dell’anno 123 e morì martire a Roma condannato dal prefetto Giunio Rustico (163-167). Tra i suoi scritti: la Prima Apologia, una difesa della fede cristiana indirizzata all’imperatore Adriano, seguita dalla Seconda Apologia indirizzata a Marco Aurelio e, infine, il Dialogo con Trifone in cui mostra le ragioni della conversione.

Per Giustino la filosofia si presentava come «ciò che conduce verso Dio e a lui ci riunisce». Il suo “cammino filosofico” si conclude con l’incontro con Cristo, Lògos eterno, ma parte dallo stoicismo, passa per la scuola peripatetica e pitagorica, per poi arrivare al platonismo. Di quest’ultima scuola dice:

L’intelligenza delle cose incorporee mi conquistava al più alto grado; la contemplazione delle idee dava ali al mio spirito, tanto che, dopo un po’ di tempo credetti d’essere diventato sapiente; fui anche tanto sciocco da sperare d’essere sul punto di vedere Dio immediatamente: perché questo è il fine della filosofia di Platone.

Giustino – come nota Gilson ne La filosofia nel Medioevo – cercava nella filosofia una religione naturale capace di placare la sua sete di conoscenza. Assetato di questa verità, la ricerca del filosofo si conclude – come dicevo – con l’ascolto dell’annuncio della Rivelazione: ritiratosi in un luogo isolato per meditare, Giustino incontra un vegliardo che gli annuncia la dottrina cristiana e dopo averlo ascoltato, «subito un fuoco s’accese nell’animo mio. [M]’innamorai dei Profeti e di quegli uomini amici di Cristo, e riflettendo io stesso su tutte queste parole, trovai che questa filosofia era la sola sicura e proficua». Il cristianesimo – come si può notare dal testo del Dialogo appena citato – si presentava a Giustino come la vera filosofia, come una dottrina capace di risolvere i problemi posti dalla filosofia pagana e le cui soluzioni restavano incerte.

La ricerca di Giustino trova, in definitiva, nel Lògos (Verbo) la sua conclusione. Ciò gli permette anche una “lettura” diversa della storia del pensiero anteriore alla stessa incarnazione con la più conosciuta delle sue dottrine, la «dottrina dei semi del Lògos»: «il Lògos primogenito di Dio – dice –, senza commercio carnale, è nato come nostro maestro Gesù Cristo, è stato crocifisso, è morto, è risorto ed è asceso al cielo» (Prima Apologia, 21,1), ma di questo Lògos divino partecipano tutti gli uomini grazie ai semi che egli ha sparso in tutti; dunque, «tutti i princìpi giusti che i filosofi e i legislatori hanno scoperto ed espresso, li devono a ciò che hanno trovato e contemplato parzialmente del Lògos» (Seconda Apologia, 10,2). Questo vuol dire anche che «coloro che sono vissuti secondo il Lògos sono cristiani, anche se furono giudicati atei» (Prima Apologia, 46,3). Ecco perché Gustino afferma: «Tutto ciò che di buono è stato formulato da chiunque, appartiene a noi cristiani» (Seconda Apologia, 13, 4). Non si tratta di un’affermazione gratuita, ma non vuol dire altro che riconoscere ad ogni sforzo umano l’anelito verso il vero, anelito che di fatto converge verso il Lògos.

Il ricorso alla Rivelazione, quindi, non vuol dire assorbire il sapere filosofico (annullando la sua specificità) bensì innalzarlo grazie all’annuncio di salvezza della Sapienza incarnata, che è Cristo Gesù. Solo in questo modo è possibile cogliere lo spessore teoretico della proposta dei filosofi cristiani. E in questo,

Giustino – dice Gilson ne La filosofia nel Medioevo – si presenta come il primo di coloro i quali la rivelazione cristiana è il punto culminante di una rivelazione più ampia, e pertanto, a suo modo, cristiana, dal momento che ogni rivelazione viene dal Verbo e che Cristo è il Verbo incarnato. Lo si può considerare, dunque, come l’antenato di quella famiglia spirituale cristiana il cui cristianesimo ampiamente aperto rivendica come propri ogni verità e ogni bene, ch’esso si applica a scoprire per assimilare.

Giovanni Covino


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