Ritratti di filosofi: Anselmo d’Aosta. Approches de Dieu, il mistero del Fondamento

Approches de Dieu è il titolo di un importante lavoro del filosofo francese Jacques Maritain. In esso, l’autore indaga i molteplici “approcci” al problema del Fondamento che, come amava dire un altro grande metafisico del Novecento, Cornelio Fabro, è il «problema essenziale dell’uomo essenziale».

Anselmo d’Aosta è, in questo senso, uomo essenziale: ha esaminato la questione da molteplici punti di vista: si può certamente dire che Anselmo è stato un “appassionato di Dio”. Il Monologion (1076) e il Proslogion (1078) sono l’espressione più viva di questa passione che scaturisce dal desiderio di conoscere sempre di più il Principio e il Fine di ogni cosa.

Anselmo d’Aosta, noto anche come Anselmo di Canterbury (Aosta 1033/34-Canterbury 1109) è stato un filosofo e teologo cattolico, una delle espressioni più importanti della storia della filosofia medievale. Oltre alle opere già citate, ricordo: il De Veritate (1080-1085), il De libertate arbitrii (1080-1085) e il Cur Deus homo (1094-1098) che trattano rispettivamente il problema della verità, del libero arbitrio e dell’Incarnazione dei Verbo.

Questo “ritratto” è dedicato all’approccio di Anselmo alla questione “An Deus sit”. I testi citati in precedenza, il Monologion e il Proslogion, sono esempi di “meditazioni filosofiche” che servono ad avvicinarsi al mistero del Fondamento.

Il primo testo, il Monologion de divinitatis essentia sive Exemplum de ratione fidei, parte dalla constatazione di un fatto: le cose del mondo sono caratterizzate da gradi diversi di perfezione e se esiste un più o meno buono, un più o meno giusto, è perché esiste un massimamente buono, un massimamente giusto (Dio).

Il secondo testo, il Proslogion o anche Fides quaerens intellectum, si presenta come un’analisi filosofica della natura di Dio, la cui esistenza costituisce una certezza assoluta per ogni soggetto pensante, certezza che viene, come abbiamo visto, dall’esperienza delle cose del mondo che reclamano un Fondamento. Soffermandosi su ciò che Dio è, Anselmo dice:

Ora crediamo che tu sia qualche cosa di cui nulla può pensarsi più grande. O che forse non esiste una tale natura, poiché “lo stolto disse in cuor suo: Dio non esiste”? (Ps., 13, 1 e 52, 1). Ma certo, quel medesimo stolto, quando sente ciò che io dico, e cioè la frase “qualcosa di cui nulla può pensarsi più grande”, capisce quello che ode; e ciò che egli capisce è nel suo intelletto, anche se egli non intende che quella cosa esista. Altro infatti è che una cosa sia nell’intelletto, altro intendere che la cosa sia. Infatti, quando il pittore si rappresenta ciò che dovrà dipingere, ha nell’intelletto l’opera sua, ma non intende ancora che esista quell’opera che egli non ha ancor fatto. Quando invece l’ha già dipinta, non solo l’ha nell’intelletto, ma intende che l’opera fatta esiste. Anche lo stolto, dunque, deve convincersi che vi è almeno nell’intelletto una cosa della quale nulla può pensarsi più grande, poiché egli capisce questa frase quando la ode, e tutto ciò che si capisce è nell’intelletto.

Ma, certamente, ciò di cui non si può pensare il maggiore non può esistere solo nell’intelletto. Infatti, se esistesse solo nell’intelletto, si potrebbe pensare che esistesse anche nella realtà, e questo sarebbe più grande. Se dunque ciò di cui non si può pensare il maggiore esiste solo nell’intelletto, ciò di cui non si può pensare il maggiore è ciò di cui si può pensare il maggiore. Il che è contraddittorio. Esiste dunque senza dubbio qualche cosa di cui non si può pensare il maggiore e nell’intelletto e nella realtà.

E questo ente esiste in modo così vero che non può neppure essere pensato non esistente. Infatti si può pensare che esista qualche cosa che non può essere pensato non esistente; e questo è maggiore di ciò che può essere pensato non esistente. Perciò, se ciò di cui non si può pensare il maggiore può essere pensato non esistente, esso non sarà più ciò di cui non si può pensare il maggiore, il che è contraddittorio. Dunque ciò di cui non si può pensare il maggiore esiste in modo così vero, che non può neppure essere pensato non esistente.

E questo sei tu, o Signore Dio nostro.

Proslogion, 2-3

Giovanni Covino

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